7 buoni motivi per guardare “Vizio di Forma”

7 buoni motivi per guardare "Vizio di Forma"

Ci mette sempre un po’ di tempo, Paul Thomas Anderson, a dare alla luce una nuova opera. Stavolta, tuttavia, ha fatto prima del previsto. A due anni dall’uscita di The Master, eccolo pronto a un nuovo capitolo, Vizio di Forma (in sala dal 26 febbraio), in corsa agli Oscar per la migliore sceneggiatura non originale e per i migliori costumi.

Il film numero sette del regista americano è l’adattamento per il grande schermo dell’omonimo romanzo di Thomas Pynchon, un noir a tinte acide ambientato nel 1970, mentre l’America passava dalla “stagione dell’amore” alla stagione della disillusione.
Al punto d’incontro tra le due epoche c’è il detective privato Larry “Doc” Sportello (Joaquin Phoenix) alle prese con la scomparsa di una ex fidanzata, collegata alla scomparsa di un miliardario, collegata alla scomparsa di un sassofonista e a una serie di indecifrabili traffici che alterano la mente del già alterato Doc. Creando una girandola di colori e forme in rapida scomposizione e ricomposizione, registrando pensieri in lunghi piani sequenza, cifra stilistica di Anderson, e dilatando le atmosfere. E non si può far altro che affidarsi a lui e seguire la storia, il suo andamento lento, il suo dipanarsi, la sua folle parata di cameo (Reese Witherspoon, Martin Short, Owen Wilson, Eric Roberts, Maya Rudolph, tra gli altri).
Anche se nulla sembra, sul momento, avere una logica conclusione. Vizio di forma, infatti, la logica invita ad abbandonarla. A partire dalla locandina: psichedelia pura e colori al neon applicati all’opera delle opere, L’ultima cena. Ma a base di pizza.

Vizio di Forma, di Paul Thomas Anderson (locandina in lingua originale)

 

Se non bastasse questo a stuzzicare la fantasia e la curiosità ecco una serie di buoni motivi per entrare in sala.

1.

Per apprezzare un raro caso di adattamento cinematografico di un libro che non cade nella trappola paralizzante della fedeltà a tutti i costi, riesce a trattenere lo spirito del romanzo di Pynchon, a celebrarne con equilibrio l’ironia e la follia.

2.

Perché che lo amiate o lo odiate (soprattutto perché ogni volta che lo guardate vi ricorda l’insopportabile ragazzino di Parenti, amici e tanti guai a cui avreste volentieri dato un paio di sberle) – Joaquin Phoenix riesce sempre a lasciare il segno.

3.

Per sfatare quel luogo comune che dice “mai fidarsi di un hippie”. Forse è vero, ma nel caso di Doc Sportello, affidategli anche i casi più complessi: nella sua visione rallentata della realtà trova sempre la soluzione giusta.

4.

Per apprezzare il modo sottile e intelligentissimo in cui, sotto la patina di “alterazione”, si ritrae una società sempre più preda della corruzione, sia a livello basso, che alto (leggi: istituzioni) in cui tutti vogliono una fetta di potere e sono disposti a tutto per ottenerlo.

5.

Perché il tipico white cop nerboruto e pavone di Josh Brolin, il Bigfoot di cui sopra, è il classico personaggio che si ama odiare. E che pone un quesito esistenziale di estrema importanza: quante frozen bananas riesce a mangiare un normale essere umano in un solo giorno?

6.

Perché potreste alleviare la nostalgia da Il Grande Lebowski con un nuovo tormentone: “Bigfoot, amico, mi hai sfondato la porta a calci?”. Non sarà l’equivalente del famoso tappeto dei Coen, ma si candida a essere un degno sostituto.

7.

Perché la colonna sonora, in cui fanno bella mostra di sé due classici senza tempo firmati Neil YoungHarvest e Journey Through The Past – che allineano istantaneamente sulle frequenze malinconiche ma mai nostalgicamente fini a se stesse di un film da godersi senza fretta.

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