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Il Ritorno di Poirot?

coverDa qualche giorno il libreria si trova il libro di Sophie Hanna, Tre Stanze Per Un Delitto: Il Ritorno di Poirot. Esatto, avete capito bene. L’investigatore belga nato dalla penna di Agatha Christie è tornato il libreria con una nuova avventura.

Incuriosito ho fatto un po’ di ricerche su internet e ho letto un po’ di recensioni; quello che mi ha colpito è stato che chi ha letto e giudicato il libro non aveva letto nulla dei libri precedenti della Christie prendendolo come “novità” e mi sono venuti i sudori freddi a leggere certe cose. Io ammetto di essere un fan e aver letto TUTTA Agatha Christie dal primo all’ultimo libro e quindi mi è venuto in mente questo post.

La trama è abbastanza semplice: dopo l’ennesimo caso risolto, Hercule Poirot ha finalmente deciso di prendersi una vacanza. E visto che viaggiare è molto stancante, quale migliore destinazione di Londra stessa? Così, senza dire nulla a nessuno, ha affittato una camera in una pensione cittadina, deciso a godersi il meritato riposo, al riparo dagli assalti di chi cerca il parere del detective più famoso del mondo.

Ma se per una volta Poirot non insegue il mistero, è il mistero a inseguire lui. Una sera, mentre è seduto a un tavolo di un piccolo locale intento a gustare un delizioso caffè, irrompe una donna, sconvolta. Poirot le si avvicina, presentandosi come un poliziotto in pensione. La donna sembra spaventarsi ancora di più e gli chiede di assicurarle che non è più in servizio. Quando Poirot glielo conferma, lei confessa che sta per essere commesso un omicidio. La vittima è lei stessa, e dice di meritare di essere uccisa. Per questo lui deve prometterle che non farà nulla per salvarla e non cercherà, successivamente, di trovare il colpevole. A quel punto la donna corre fuori dal locale e sparisce nella notte. Quanto c’è di vero in quel racconto? E i tre omicidi commessi a Londra quella stessa sera sono collegati alle parole della donna?

Hanna Sophie non ha fatto altro che ricalcare passo per passo lo schema classico dei libri della Christie, il delitto nella stanza chiusa, un aiutante per Poirot che si muove su e giù per l’Inghilterra a caccia di indizi e che sia abbastanza sveglio ma non troppo, un idillio tra due personaggi minori che ha il via libera alla fine dell’indagine avallato dalla benedizione di Poirot, e le sue cellule grigie in movimento che risolvono il caso con tanto di riunione finale del cast del libro con risoluzione del mistero in maniera brillante come al solito.

Dove sta l’errore? Molto semplicemente Hanna Sophie ha umanizzato anche troppo la figura di Poirot che in realtà la Christie vedeva sempre come un fardello, infatti la sua preferita era la simpatica zitella del villaggio (miss Jane Marple) e questo lei non lo ha mai nascosto; tanto più che nella sua ultima avventura scritta con l’investigatore belga, Sipario, Poirot muore suicida ma dopo essere diventato lui stesso assassino, sebbene per scongiurare altri delitti.

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Il Poirot di Hanna Sophie è quasi simpatico, come quello dei film con Peter Ustinov, cosa che il Poirot della Christie non è mai stato; non a caso veniva descritto come saccente e pedante – insomma abbastanza insopportabile. Ma si sa che i diritti d’autore sono ereditabili: per questo i discendenti di Agatha Christie hanno tutto il diritto legale, magari non quello morale e letterario, di commissionare a Sophie Hannah delle nuove storie che vedano Poirot protagonista di gialli apparentemente irrisolvibili – anche se in questo caso il tutto è molto prevedibile.

Il libro l’ho finito in meno di un pomeriggio indovinando esattamente come sarebbe andato a finire, cosa che con la Christie non sempre accadeva. In Inghilterra non è andato benissimo e secondo una fetta della critica il romanzo non avrebbe saputo catturare l’anima di Poirot, tanto vivida quanto insopportabile negli scritti della Christie.

Le minestre riscaldate non piacciono a nessuno, nemmeno ai critici letterari.

 

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