Umbria Jazz. Il festival della musica è una fucina di giovani talenti

Umbria Jazz. Il festival della musica è una fucina di giovani talenti

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Torna il jazz e anche stavolta suona in una delle più belle cornici del panorama italiano: Perugia. L’Umbria Jazz – che quest’anno si terrà dall’8 al 20 luglio – è un festival musicale italiano fondato nel 1973 a cui hanno preso parte i più grandi artisti del genere – da Miles Davis a Dizzy Gillespie – e non solo. Hanno calcato il palco della manifestazione anche rockstar di fama internazionale, come Santana e Sting, ma a rendere il festival unico nel suo genere è la sua duplice formula. Sin dal 1986 l’evento si distingue per un aspetto musicale, caratterizzato da esibizioni dal vivo, e da uno didattico. Questa sua seconda “natura” è meglio conosciuta con il nome di clinics, corsi intensivi di jazz tenuti dai musicisti esperti della Berklee College of Music di Boston e dedicati a pochi meritevoli partecipanti. I clinics sono solo una parte dell’offerta di cui potranno usufruire gli studenti: terminati i corsi i musicisti in erba avranno la possibilità di esibirsi sul palco jazzistico insieme agli artisti protagonisti di questa edizione. Un vero e proprio sogno a cui hanno tentato di prendere parte in molti e che solo pochi eletti sono riusciti a trasformare in realtà.

Abbiamo incontrato e intervistato uno dei talentuosi partecipanti dei clinics dell’Umbria Jazz: Giovanni Melaranci, batterista e studente al conservatorio di Latina Ottorino Respighi.

Come si partecipa alle UJ clinics?

Abbiamo preso parte all’UJ come duo: io alla batteria e Fulvio Epifani, un mio compagno del Conservatorio, al pianoforte. Basta presentare un repertorio musicale, nello specifico due standard (repertorio jazzistico) e completare la compilation. Il nostro lavoro è stato valutato direttamente dagli esperti della Berklee.

Che brani avete scelto per le selezioni?

All the things you are di Jerome Kern e Blue in green di Miles Davis, due esponenti del panorama jazzistico. La  struttura del primo brano è stata decisa secondo il seguente schema: esposizione tema; solo pianoforte; solo contrabbasso; scambi a quattro con batteria; tema finale; coda. Il secondo, una ballad, è stato strutturato in modo differente: esposizione tema; solo pianoforte; tema finale; coda.

In molti avete tentato di partecipare ai corsi dell’UJ. Perché è importante per un musicista prendervi parte?

E’ un’esperienza che ti mette in relazione con altri musicisti della tua nazione e che ti offre la possibilità di studiare con insegnanti di una scuola accredita come la Berklee, che hanno una visione della musica differente rispetto alla nostra concezione nazionalistica.

Pensi che ci siano sostanziali differenze tra il concetto di musica in Italia e all’estero?

In Italia manca la sensibilità musicale: ascoltiamo solo quello che ci impongono i mass media o passa la radio. Manca la  voglia di aprirsi a diversi generi musicali che si allontanino dai canoni imposti dall’industria musicale italiana. Questo processo avviene perché non esiste una cultura musicale profonda: basta prendere in considerazione i programmi scolastici, non sono presenti corsi di musica e, nel caso in cui ci siano, hanno una presenza molto marginale. Diverso è il discorso per l’estero – mi riferisco soprattutto a Europa e America. L’approccio è diverso: qualsiasi liceo ha una banda e c’è una sana competizione tra istituti. La differenza di base è a livello culturale.

Quale soluzione suggeriresti per favorire lo sviluppo musicale italiano?

La fioritura di più generi, non importa quali, basta che ci sia innovazione. Prendiamo ad esempio la cultura undergroun musicale, in Italia la sua presenza è molto marginale. Il problema è che manca la voglia di scoprire nuovi generi da parte del pubblico e ciò scatena il fenomeno della copia, ovvero creare band fac simile di gruppi già esistenti. L’unica soluzione praticabile è investire nella musica, a partire dall’istruzione all’interno del sistema scolastico. Sarebbe anche opportuno finanziare delle rassegne giovanili ad opera dei comuni, così da creare un sistema capillare musicale abbastanza esteso. In sintesi occorre investire sui giovani e i gruppi emergenti, creare innovazione.

Dove ti porterà la tua formazione da musicista?

Finito il conservatorio andrò a fare un’esperienza all’estero di un anno o più a Londra, ho intenzione di fare un master in batteria moderna. Spero di poter portare all’Italia un contributo musicale qualitativo, così da poter migliorare le cose in questo ambito.

Giovani e ambiziosi i musicisti italiani e, soprattutto, in fuga dal Bel Paese per spaziare all’interno dei generi musicali più svariati e completare il loro bagaglio culturale. Una prospettiva che il panorama nostrano non può garantirgli perché incancrenito dietro rigorose logiche di mercato che hanno uniformato i generi musicali sotto il nome di un unico stile: il pop. Che la nuova e battagliera generazione sia in grado di portare un reale cambiamento a livello musicale? Staremo a sentire.

Per consultare il programma completo dell’Umbria Jazz collegarsi al seguente link www.umbriajazz.com

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