Godzilla

Godzilla

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I mostri sono nati troppo alti, troppo forti, troppo pesanti. Questo è il loro dramma”.

Ishirô Honda, uno dei registi più prolifici e visionari dei Godzilla che furono, non solo aveva ragione, ma in quella frase racchiudeva tutta la contraddizione insita nella natura stessa dei mostri. L’etimologia del termine monstruo, infatti, come intesa dagli antichi, è da sempre legata al prodigio, allo stupore, alla meraviglia. L’essere mostruoso è di una bellezza devastante, generatrice e colpevole di una Sindrome di Stendhal da manuale. Il mostro è un Dio. E possiede la facoltà di plasmare il Fato.
Sarà per questo che diventa comprensibile la fascinazione inconscia che Godzilla ha da sempre instillato nella mia generazione, in quelle precedenti e – potrei giurarci – in quelle a venire. Godzilla rappresenta la genesi dei
disaster movie, mantenendo in tutti i reboot e sequel l’inevitabile e  ingombrante celebrità guadagnata sul campo dal 1953, sciorinata poi in ventisette imperdibili declinazioni. Oggi, l’ancestrale creatura, il sindacalista capo delle forze naturali, omaggia non solo la storica icona che i puristi come me hanno amato, ma ne rigenera potenza e carisma in modo esponenziale.

Il film è diretto dal britannico Gareth Edwards, scritto da Max Borenstein e vede avvicendarsi nella pirotecnia del 3D, stelle come Aaron Taylor-Johnson, Ken Watanabe, Elizabeth Olsen, Juliette Binoche, Sally Hawkins, David Strathairn e Bryan Cranston.

Quanto alla trama, riassumendo rapidamente senza troppi spoiler: abbiamo la morale ecologista “l’arroganza dell’uomo è pensare di avere la natura sotto il proprio controllo e non l’esatto contrario”, un ritorno al tema dell’energia atomica (passato da troppo tempo in secondo piano), la dose adeguata di minorenni e donnini in fuga, lo scienziato visionario a cui non crede nessuno, quello nipponico che in maniera didascalica spiega le cose tecniche for dummies, i militari nerboruti e ignoranti, omaggi sparsi al passato, e atmosfere che faranno gioire tutti i fan di Jurassic Park e Pacific Rim (Guillermo del Toro, per sua stessa ammissione, sogna un futuro crossover, sue parole testuali).
C’è anche l’eroe strafigo con gli occhi azzurri. Ma conta tutto poco come l’asso di spade quando comanda bastoni.
In questo caso, non è la storia a fare il film. Chi paga un biglietto per
Godzilla vuole vedere i mostri che fisicamente si materializzano sullo schermo, saltare dalla poltrona, vivere un momento di evasione allo stato brado.
La realizzazione tecnica e l’impatto visivo sul grande schermo, fossero stati tenuti insieme da una storia dei
Teletubbies varrebbero ugualmente l’esperienza. Godzilla è La Grande Bellezza dei disaster movie. Ti calamita per fotografia e inquadrature, per i tamburi giapponesi, i violini elettrici e gli ottoni martellanti del poliedrico Alexandre Desplat alla colonna sonora, per la narrazione lasciata al montaggio serrato e alla fluidità dei movimenti di camera.

E ti rapisce con Godzilla. Tanto Godzilla. Immensamente Godzilla. Così t-Rex, stegosauro e iguanodonte come non l’avevate mai potuto sognare. Centodieci metri per cui tifare trattenendo il respiro, riscoprendo nel suo richiamo di battaglia la voce pura di vendetta e distruzione imprigionata dentro ognuno di noi. Centodieci metri da amare. Perché questo è un film d’amore. Non ci crederete, però fidatevi. Dell’amore che trasforma la mostruosità in salvezza e il sacrificio incondizionato in speranza per l’umanità. Perché l’amore può uccidere e devastare, ma anche immolarsi per ristabilire l’equilibrio perduto a costo della sua stessa vita. Amate Godzilla, amate un Dio, e non abbiate paura (solo il giusto terrore) di provarne viscerale attrazione. 

Consiglio per la visione: non sentitevi imbecilli e provateci. Seguite l’urlo di Godzilla aggrappandovi alla poltrona e lanciatevi in un lipdub con tanto di apertura fauci e scrollata di testa. Il vicino vi prenderà per psicopatici, ma sarà più liberatorio di una sessione intensiva di kickboxing.

GODZILLA
Regia di Gareth Edwards

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