Solo gli amanti sopravvivono

Solo gli amanti sopravvivono

solo-gli-amanti-sopravvivono-locandina-italianaPer ripulire il mondo dagli hipster o presunti tali… arriva Jim Jarmush. Per la precisione arrivano i suoi emissari, i suoi alter ego “cinematografici”, una coppia di vampiri, Adam e Eve, i cui nomi fanno già presagire l’alba di una nuova civiltà. Che non assomiglierà a un mondo in eterno conflitto tra bene e male, pentimenti e rinascite, in cui i non morti potranno abbronzarsi al sole senza ridursi in cenere e in cui ragazzine predestinate non trascorrono le serate a perlustrare cimiteri armate di paletti. Piuttosto a una casa in cui regna grande equilibrio, in cui nuovo e vecchio vivono in armonia, in cui si può ancora conoscere il nome latino di ogni essere animale e vegetale, si può godere del bello, credere ancora nella forza dell’amore, ballare in salotto sulla voce di Denise LaSalle che canta Trapped By A Thing Called Love o lasciarsi catturare l’anima dall’intensità di una performance live della cantautrice libanese Yasmine Hamdan.

Il mondo, infatti, può essere ancora un bel posto.

E lo dimostrano i protagonisti di Solo gli amanti sopravvivono – film “jarmushiano” all’ennesima potenza, metaforico ed autoreferenziale quanto basta – una storia che parla d’amore in ogni sui risvolto, che in modo rivoluzionario propaganda un ritorno all’ancien régime della mente, della cultura.

Adam (Tom Hiddleston), musicista che un tempo aveva scritto un adagio per Schubert, vive nella desolata e annichilita Detroit, tra una serie di ritratti vintage, strumenti e musica crepuscolare, pronto al suicidio, stanco di un mondo miope e privo di curiosità dominato da quelli che definisce “zombie“, esseri umani che hanno smesso di farsi domande e seguono trend imposti da altri.

Eve (Tilda Swinton), invece, sa ancora guardare al lato positivo. Vive in un’ipnotica Tangeri e, a differenza di suo marito che incontra dopo una lunga serie di voli notturni, gode di ogni piccola gioia quotidiana, dalla lettura di libri antichi a una conversazione con l’amico-vampiro in incognito Christopher Marlowe (John Hurt).

Il loro è un rapporto in una sintonia quasi perfetta, evidente in ogni singola inquadratura, turbato solo dall’arrivo di una incosciente sorella minore (Mia Wasikowska) e dall’esaurirsi di scorte di sangue – unici “movimenti” di una meravigliosa non-trama – che diventa un manifesto di vita.

Un inno alla personalità e alla vera conoscenza, mai saccente e didascalico ma aperto anche a una latente ironia dark. Perché questi vampiri così signorili, eterei, acculturati e “di nicchia” non sono snob fino al punto da rinnegare la loro stessa natura. Le ferite aperte provocano ancora stati di (in)sana eccitazione; chiedono il permesso prima di varcare una qualsiasi soglia, non i tolgono i guanti in presenza di sconosciuti, bevono sangue – puro zero negativo acquistato in ospedali e versato in bicchieri da liquore, conservato in fiaschette o congelato in ghiaccioli – e quando le scorte sono finite, fanno quello che tutti i vampiri fanno. Ma è quel loro combinare insieme cinismo e senso di meraviglia, fondendolo in qualcosa di selvaggiamente liberatorio ad essere in grado di generare salvezza. Jarmush lo sa, noi lo sappiamo. Non resta che mordere o farsi mordere. E, in ogni caso, annientare gli “zombie”.

 

 

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