Oscar 2014 – Dieci cose che abbiamo imparato… aka the day after

Oscar 2014 - Dieci cose che abbiamo imparato... aka the day after

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The circus is in town. Puntuale come l’influenza di stagione, il solito balletto di red carpet, meglio-vestiti vs. peggio-vestiti, camminate disinvolte e scivoloni (in)attesi, photobombing e selfie per essere sempre “social” altrimenti il mondo non ti degna di uno sguardo, mamme e fratelli portati al braccio come pochette, gravidanze in vista e sorrisi di circostanza, l’ottantaseiesima edizione degli Academy Awards scivolata via senza scossoni, sorprese o rivelazioni. Secondo un copione che da anni viene mandato a memoria. E, anno dopo anno, gli interrogativi diventano progressivamente risposte, la confusione si ricompatta in affermazione, e ogni dubbio prende il netto contorno di una certezza. Di più certezze…

Certezza n. 1: Tutto è indi(e)pendenza. Gli Oscar come gli Independent Spirit Awards. Chi pensava che la prima manifestazione onorasse il cinema mainstream e la seconda il cinema indie è costretto a rivedere le proprie scale di valori e il proprio metro di giudizio. E soprattutto smettere di cercare definizioni, il flm-indie-che-indie-non-è è il nuovo nero. L’ibrido che fagocita tutto senza lasciare briciole. L’illusione della libertà creativa economicamente ben sostenuta. Quando accade che a essere premiato è un film come 12 anni schiavo di SteveMcQueen, non ci si fa neanche caso e si gioisce a prescindere. Poi si nota l’invadente presenza “promozionale” di Brad Pitt (uno dei produttori della pellicola) in ogni dove, e i conti tornano.

Certezza n. 2: Un accento marcato (anche se il tuo) e un formidabile dimagramento garantiscono la vittoria. Se Nicole Kidman può aggiudicarsi una statuetta dorata per un naso finto e Charlize Theron per essere ingrassata e imbruttita, perché meravigliarsi del trionfo di Matthew McConaughey, come miglior attore protagonista per Dallas Buyers Club? Poco importa che l’accento texano non sia costato molto lavoro a uno che quella cadenza la possiede dalla nascita, volete mettere quanto impegno ci è voluto per affamarsi fino a diventare scheletrico? Il fatto che, per quanto bravo, il buon Matthew abbia giocato in sicurezza, riproponendo in fondo il suo pezzo forte, il redneck tronfio e razzista (nel caso specifico omofobo) è un puro dettaglio. Prendete nota Chiwetel Ejiofor e Oscar Isaac

Certezza n. 3: Non candidare più Meryl Streep. Non lo diciamo in senso dispregiativo. Ma dal momento che nessuno ha intenzione di darle il quarto Oscar (e lei non ha di certo bisogno di vincerlo), candidarla per ogni ruolo serve solo a trasformare la frase “ho battuto Maryl Streep” in una sorta di medaglia al valore. Non è facile essere la migliore e resistere al tempo e alle più giovane concorrenza. Lei ha sfatato anche questo mito. E, a voler essere sinceri, per quanto la nevrotica Jasmine di Cate Blanchett è stata decisamente una delle migliori interpretazioni dell’anno, la Violet della signora Streep in I segreti di Osage County, Jasmine la lascia ai nastri di partenza. Ma questa è un’altra storia…

Certezza n. 4: Lei-Her è un film “originale”. A proposito di Davis no. Almeno stando ai membri dell’Academy, che hanno premiato Spike Jonze per quella che, fondamentalmente, è la parte più debole del film. Quella che tenta di dare un tono poetico a ovvietà da baci perugina. In barba all’ironica poesia che Bob Nelson ha regalato a Nebraska. E in barba agli sferzanti, aciduli e disarmanti dialoghi su cui i Fratelli Coen hanno costruito A proposito di Davis, senza neanche finire nella cinquina delle nomination. Probabilmente è vero che amor omnia vicit. E che il cinismo è per i perdenti.

Certezza n. 5: Morta (si fa per dire) una Jennifer Lawrence, se ne fa un’altra. Nonostante la terza nomination, e il trionfo del 2013, J.Law, come la chiama la stampa, è una notizia vecchia. Ogni anno lo showbiz ha bisogno di sangue fresco, dell’outsider al primo ruolo importante che sbaraglia la concorrenza. E questo è il momento di Lupita Nyong’o, attrice kenyana nata in Messico e approdata negli States per studiare alla Yale University School of Drama, che a trentuno anni è la nuova reginetta di Hollywood. E si gode il meritato successo. Con la determinazione di chi non vuole essere etichettata come meteora o ostaggio di campagne di marketing. Chi vivrà vedrà.

Certezza n. 6: Quando Roger Deakins vincerà un Oscar arriverà l’apocalisse. Undici nomination. Una carriera stratosferica che non ha paura delle rivoluzioni “tecnologiche”. Effluvi di lodi. Zero statuette. Roger Deakins è il direttore della fotografia più snobbato della storia degli Academy Awards. Eppure la lista di film che porta la sua firma è notevole: Le ali della libertà, Fargo, Non è un paese per vecchi, Kundun, Fratello dove sei?, L’uomo che non c’era, L’assassinio di Jesse James da parte del codardo Robert Ford, Skyfall, Revolutionary Road, solo per citarne alcuni. Insieme a Prisoner, uno dei film più sottovalutati dell’anno, in cui riesce a creare una meravigliosa fusione di claustrofobia e tristezza.

Certezza n. 7: Nulla si può contro la canzone “animata”. E già che di buoni sentimenti ce ne erano tanti, in tutte le quattro canzoni candidate. Ma Let It Go (interpretata da Idina Manzel o, per dirla alla John Travolta, Adele Dazeem) sbaraglia tutti, persino Ordinary Love degli U2, partita con il vento in poppa grazie al Golden Globe già portato a casa e all’effetto “rimembranza” che genera una figura come Nelson Mandela. Ma, si sa, Walt Disney è un local hero, e come tale ha diritto di precedenza. Poter del campanilismo. E dell’amore sommato alla magia, che batte il più ovvio “amore ordinario”. La cosa confortante per la musica, tuttavia, è che da qualche anno la vendicano i documentari. Dopo Searching Fors Sugar Man, è la volta di 20 Feet From Stardom di Morgan Neville che “vendica” i backup singer di passato, presente e futuro.

Certezza n. 8: Maradona sta a Napoli come un red carpet a Los Angeles. Se parte degli italiani, soliti bastian contrari, hanno vomitato malignità per la statuetta vinta da Sorrentino, che non avrà fatto il suo miglior film ma di certo ha ritratto un’Italia che – inutile negarlo – esiste; un’altra parte è rimasta indignata dalla dedica del regista napoletano a una figura controversa come Diego Armando Maradona. Ebbene, quella parte deve farsene una ragione: il calciatore argentino per un napoletano è la personificazione dell’eroismo sportivo, un personaggio di culto da amare a prescindere. E a cui essere sinceramente devoti come a San Gennaro. Perché stupirsi o accigliarsi?

Certezza n. 9: Jared Leto ha i capelli più sani e fluenti del 90% degli esseri umani. È un dato di fatto. L’effetto ombre è delicato e bilanciato, la lucentezza è abbagliante, le nuance scelte perfette per far risaltare gli occhi azzurri. A parte appropriarsi del numero del suo parrucchiere, verrebbe da chiedere a Jared con chi ha fatto un patto di eterna giovinezza. E da consolarlo. Perché nel toccante discorso di ringraziamento per il meritatissimo premio come miglior attore non protagonista, ha cercato di portare un tocco di realtà, citando i popoli di Venezuela e Argentina, nell’indifferenza generale. Non ti preoccupare, Jared. Era solo la platea sbagliata. Erano tutti lì esclusivamente per la pizza.

Certezza n. 10: ¡Qué viva México! E ¡Qué viva Alfonso Cuaròn!, che ci libera dalla visione di uno spazio spesso troppo affollato di alieni incazzati o feroci, american hero lanciati in imprese titaniche per salvare la terra, il bene che trionfa sul male, machismo e inevitabili trionfi. Il suo Gravity riscrive le coordinate, sceglie la lentezza, la misurabilità e il suono di (in)esplorati spazi aperti. Rigenerando l’idea di quello che potrebbe essere il futuro.

Certezza n. 11: Woody Allen è l’elefante nella stanza. Cate Blanchett, riceve la statuetta come migliore attrice protagonista, ringrazia e… omaggia il suo regista. Applausetto timido. Le star in platea si guardano e cercano di capire dov’è la telecamera per sapere se verranno colti in fallo. Perché è più opportuno essere team-Mia che team-Woody. Ed è meglio che il mondo se la prenda con la Blanchett per aver osato ringraziare un molestatore di minorenni. Anche se nessuno sa – e probabilmente non saprà mai – come sono andati realmente i fatti. Anche se più di metà di presenti avrebbe veduto un rene pur di recitare in un film di Allen.
In conclusione: The Oscar goes to… i bermuda di Pharrell Williams. Il look più ardito della serata. Le giacche da addetti al catering di Leto e McConaughey? Fatevi da parte, ragazzi, con Pharrell non c’è partita.

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Silvia Fossati

Vive in una cassetta degli attrezzi. Si nutre di vinili e pellicole. È orgogliosamente vintage. Non si scatterà mai una selfie.

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