The Butler – Un Maggiordomo alla Casa Bianca

The Butler - Un Maggiordomo alla Casa Bianca

locandinaLa storia ci insegna che non esistono solo vincenti. E che lo stesso concetto di vincente muta di accezione quando il tempo conferisce una giusta e (in)validante distanza. La storia ci insegna anche che, spesso, sono proprio le figure sullo sfondo – un gran numero di figure sullo sfondo – a far girare il mondo. A generare piccole grandi rivoluzioni e progressi.

Figure come Eugene Allen, maggiordomo afroamericano per trent’anni a servizio dei presidenti alla Casa Bianca, da Eisenhower a Reagan, la cui vicenda è salita agli onori della cronaca grazie a un articolo del Washington Post sull’elezione di Obama nel 2008. Una vicenda tanto significativa, carica di piccole conquiste, dubbi, fedi, morali, scontri generazionali, distanze e riavvicinamenti sullo sfondo di un’America in piena evoluzione sociale e internazionale, da tramutarsi quasi istantaneamente in film. Così, nelle mani del finora sempre audace Lee Daniels, Allen viene “rimodellato” – con un certo grado di “dilatazione” artistica – in Cecil Gaines, assume le sembianze di un ispirato Forest Whitaker e si arricchisce di un passato di piantagioni ed episodi di ordinario razzismo; di un matrimonio complicato (con Gloria, una altrettanto ispirata Oprah Winfrey); di un figlio ribelle (David Oyelowo) che sceglie le Black Panthers e la lotta in prima persona; di una filosofia di vita votata all’immobilismo, diretta derivazione di un’istruzione da “negro di casa”, presente ma in grado di risultare invisibile.

Eppure The Butler, Un maggiordomo alla Casa Bianca – vessato anche da una infinita serie di cameo più utili alla distrazione che alla narrazione (Robin Williams, John Cusack, Alan Rickman, Liev Schreiber, James Mardsen, nei panni dei vari presidenti) – fa l’effetto di un compitino ben eseguito, lineare, disascalico quanto basta, a tratti un po’ superficiale, che sembra preferire la quantità alla qualità, in termini di narrazione, raccontando senza mai illuminare i personaggi, ben abbozzati ma mai definiti fino in fondo, lasciando in un limbo la profondità di pensieri e ideologie, servendo eventi storici come le portate di una lunga cena che riempie lo stomaco ma non soddisfa il palato. Tanto che, per una sorta di strana reazione istintiva, verrebbe voglia di sedersi a tavola con Spike Lee.

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