Miele

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Chiariamo subito: non è che mi aspettassi grandi cose da Valeria Golino. È una brava attrice, certo, riuscita nella magica impresa di andare contro la natura che l’ha dotata di una voce insopportabile al grande schermo, diventando anzi una delle attrici “internazionali” più famose dello stivalone nazionale. La storia con Scamarcio, bé, quella storia mi ha sempre fatto pensare. Si è autoproclamata MILF nazionale mettendosi con uno così giovane, con una barba che non vuole crescere e atteggiamenti al limite del coatto romano. In breve, non lo reggo, e questo ha inficiato la mia opinione sulla sua compagna. Ma lei è pur sempre la protagonista di Respiro di Crialese, e anche ne La Kriptonite nella borsa di Cotroneo mi è piaciuta tanto…
È con questo spirito che sono andata al cinema a vedere Miele, il primo film (senza contare un corto che hanno visto 4 critici blasonati, per tacer del blogger di provincia, Armandino e il mare) di Valeria Golino. Con Jasmine Trinca, Carlo Cecchi (quello di Morte di un matematico napoletano, di Martone? Really?), Libero De Rienzo e Vinicio Marchioni (i gggiovani virgulti del cinema nostrano).
Si parla di suicidio assistito. Ma che è impazzita Valeria? Un tema simile per un’opera prima?

Miele parla di una ragazza, Irene, che aiuta le persone a morire. Per farlo affronta viaggi estenuanti in Messico per prendere un medicinale usato dai veterinari per sopprimere i cani. I malati bevono da soli il cocktail mortifero e anche dal punto di vista della legge la giovane Irene (in arte Miele) è salva. La sua etica viene però messa duramente alla prova quando un uomo, l’Ingegner Grimaldi, le dice che non è affatto malato, è solo stanco di vivere. Qualcosa si rompe in Irene, la scelta di Grimaldi la destabilizza e forse, per la prima volta, trova un amico con cui parlare di quello che fa per vivere. Vita e morte si incrociano continuamente. E vince la vita in un film che parla di morte.

Però, niente male il primo film di Valeria Golino. Girato bene, ha piccoli sprazzi “simil-poetici” sui quali possiamo anche sorvolare, si incentra invece su un rapporto particolare e su una giovane donna alla deriva, affronta bene il tema del suicidio assistito, è sobrio, non si vede mai la morte anche se tutto il film ne è permeato. Insomma, non è funereo, è solo triste, della stessa tristezza che vive la protagonista. Jasmine Trinca è brava e credibile, Carlo Cecchi è un antipatico fenomenale, non c’è Scamarcio (che si è impegnato nella produzione), è tratto dal libro A nome tuo di Mauro Covacich e riscritto a sei mani dalla stessa Golino insieme a Francesca Marciano e Valia Santella. Sarà in concorso a Cannes. C’è chi ha parlato di “due film in uno: il primo e l’ultimo”. Staremo a vedere. I Brangelina ‘de noantri si sono comunque impegnati e hanno chiamato a raccolta tutti i loro contatti per arrivare al tappeto rosso di Cannes con un prodotto che alla fin fine non è così male come ci si poteva aspettare. E già è tanto!

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