La Grande Bellezza

La Grande Bellezza

La storia

Jep Gambardella (Toni Servillo) si aggira per la Roma dei salotti e delle feste notturne. Giornalista di costume e spettacolo, è implacabile osservatore e non risparmia i suoi feroci commenti. Qualcosa cambia quando viene a sapere della morte della sua fidanzatina, forse l’unica donna che abbia mai amato davvero. Ma l’incrinatura nella sua routine dura poco, e presto Roma e il baraccone di umanità varia che ne anima le notti lo riavvolgerà presto. Come una coperta di Linus, Roma attutisce i moti d’animo e abbraccia chi gli si concede nella sua calda, pigra decadenza. Jep non potrebbe andare altrove, e Roma torna presto ad essere la sua vera compagna.

Per l’occasione abbiamo chiesto al signor Wolf di condividere con noi gli spunti di analisi da tenere in conto quando si guarda il film. Perché pensiamo che sia un film da vedere, assolutamente. E sia necessario parlarne, dopo.

La Grande Bellezza: Fellini non abita più qui


Cosa manca nel film di Sorrentino, oltre a una storia?
Manca L’Eur e manca la Chiesa di Don Bosco.
Manca Fregene e il Mostro marino.
Mancano la casa della prostituta ai Cessati Spiriti, mancano i bambini del falso miracolo, manca Paolina ragazzina ingenua che spera di fare la dattilografa, mancano le ragazze curiose che guardano in alto, stupite, l’elicottero, il giornalista e la statua del Cristo.
Manca la Roma proletaria e quella impiegatizia, c’è solo l’ambiente delle feste, c’è “solo” Cafonal, ci sono solo i ricchi, i pretini, le monachine e i turisti giapponesi, insomma. 
Persino un politico, ma uno solo, meglio non esagerare, anche se abita di fronte al Colosseo e veste molto bene.
Non è La dolce vita, certo, ma se lo citi in continuazione, se il tuo protagonista è uno scrittore che si muove in quell’ambiente, che passa dal Colosseo a Piazza Navona a Palazzo Spada (che ne La dolce vita non ci sono, questa è una Roma come l’immaginano gli americani che hanno visto Vacanze romane o To Rome with Love), visitando i Palazzi dei Nobili romani che sono in realtà i Palazzi dei Musei romani, allora, il pensiero ci va.
Non ci sono più i Paparazzi che erano il coro del protagonista unico, circondato dalle sue donne, dai suoi amori, dalle sue passioni (la fanciulla, la moglie, e poi il Sogno Carnale e il Sogno Intellettuale), mentre c’è un ingombrante Carlo Verdone, truccato come Danny DeVito o come Peppino De Filippo che fa Danny DeVito, che in teoria si prende il ruolo di protagonista, essendo poi il solo personaggio che si trasforma, che cambia nel corso della narrazione, che decide, giustamente per lui e per tutti noi, di tornarsene tristanzuolo a Nepi, da dove era entusiasticamente venuto un tempo.
Poi ci sono delle immagini meravigliose e una musica sublime, come in uno spot pubblicitario che dura oltre due ore.

E c’è Roma, che sopravvive a tutto, dai suoi Sindaci ai registi che decidono di raccontarla.

La critica e Fellini: i commenti all’epoca in cui uscirono i suoi film

Sono troppi e troppo ondivaghi (i commenti).
Rizzoli li ha pubblicati in un volume di 743 pagine, una mostruosa Rassegna Stampa. 
Il film fu amato o stroncato, soprattutto per una lettura politica “di parte” – visto da Sinistra, visto da Destra.
Il ritratto della Città Santa come un luogo di corruzione, sentina di nefandezze, dove, fra orge e peccatori, si dannano anime perse e immorali, era inviso soprattutto alla Chiesa, ma non ai Padri Gesuiti, che adottarono il film.
Ci furono interrogazioni parlamentari, richieste di sequestro, mitiche prime milanesi (al cinema Capitol), con vetrate in frantumi e sputi in faccia al regista, incontri in fumosi Cineclub (all’epoca si poteva fumare ai dibattiti e alle tavole rotonde, come nelle sale cinematografiche, d’altronde), con strenue difese del film da parte dei più brillanti intellettuali del tempo, alcuni dei quali, forse, non amavano fino in fondo né il regista, né il film, ma amavano l’idea di un libero pensiero.
Tutto questo sottende un clima in cui esistevano la Politica, il Cinema, gli Intellettuali e il Libero pensiero.

Cineturismo


Si chiama: “Cineturismo“, è una disciplina accademica, non sufficientemente insegnata, in Italia, ma con enormi potenzialità, stante la nostra Storia e il Paesaggio che ci circonda, almeno quello scampato agli italiani.
La grande bellezza di Paolo Sorrentino, presentato in competizione al Festival di Cannes e uscito in Italia con ottimi risultati (terzo posto al box office con 2 milioni e 300mila euro dopo Fast and Furious 6 e Il Grande Gatsby), e’ stato gia’ venduto in venti paesi: Germania, Australia, Inghilterra, Portogallo, Grecia, Brasile, Israele, Canada, Benelux, Svizzera, Austria, Nuova Zelanda, Bulgaria, Romania, Norvegia, Danimarca, Polonia, Giappone, Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca. Per gli Usa ci sono piu’ offerte e Pathe’ sta valutando il miglior distributore.
Come volevasi dimostrare, come cartolina turistica funziona, adesso speriamo nei turisti.

La grande bellezza vende il sogno di Roma come appare agli occhi della Principessa Anna (Vacanze romane) o dei protagonisti di To Rome With Love.
Per i più anziani, e quindi NON per voi, e un po’ quello che già era già successo con La Traviata, il film di Zeffirelli pensato, scritto e diretto per un pubblico – di americani – che non aveva presente Violetta Valéry come l’aveva raccontata Verdi, né la Marguerite Gautier di Alexandre Dumas né, tanto meno, la vera Marie Duplessis, ma “solo” il mito de La Traviata messa in scena dal regista fiorentino a Dallas nel 1958, come scriveva molti anni fa Alberto Arbasino o Tullio Kezich.
Se ben ricordo, ma la memoria può fallare, il critico in quel caso sottolineò come quanto previsto dal libretto di Francesco Maria Piave nella scena decima del secondo atto: “Molte signore mascherate da Zingare, che entrano dalla destra” e poi: “Detti, Gastone ed altri amici mascherati da Mattadori, Piccadori spagnuoli, ch’entrano vivamente dalla destra”. Fosse diventato, nel film, una folla oceanica di ballerine e danzatori, un tripudio di musiche, colori e rutilanti coreografie (PSY era assente giustificato, aveva 6 anni all’epoca dei fatti).
Sempre le Feste dunque, rifugio degl’immaginifici registi italiani, talora poveri di idee ma tanto bravi coi pastelli colorati, sin da fanciulli.
Festa, farina e forca… ma questa è un’altra storia.

Il film è: da vedere, assolutamente.

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