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Gli amanti passeggeri

gli-amanti-passeggeri-blanca-suarez-con-guillermo-toledo-267590Essere Pedro Almodóvar oggi è un’impresa non facile. Soprattutto sulle spalle preme il peso del tempo e delle aspettative. Soprattutto quando il desiderio di tornare alla commedia ti batte forte nel cuore ma certi vecchi modelli paradossalmente diventano uno standard troppo alto con il quale misurarsi.
Ecco perché con Gli amanti passeggeri chiede a ogni spettatore con una (in)giustificata paura di volare di stringergli la mano e affidarsi a lui. Di salire con lui su quel volo della compagnia Península diretto a Città del Messico che, per un problema al carrello, è costretto a girare in tondo su Toledo in attesa di un qualsiasi pista libera per l’atterraggio d’emergenza. Di riporre fiducia nei due piloti diversamente confusi (Antonio de La Torre e Hugo Silva) e nel trio di steward gay (Javier Cámara, Carlos Areces e Raúl Arévalo) che con (in)solite soluzioni tenta di gestire la situazione. Fornendo, per esempio, potenti rilassanti muscolari ai passeggeri e alle hostess della classe turistica. E intrattenendo i sospettosi clienti della business class – una sensitiva ancora vergine (Lola Dueñas), un finanziere-truffatore (José Luis Torrijo), uno spietato killer (José María Yazpik), un attore playboy (Guillermo Toledo), una escort d’alta classe (Cecilia Roth), una coppia di novelli sposi (Miguel Ángel Silvestre e Laya Martí) – con stratagemmi made in eighites come improvvisate coreografie sulle note di I’m So Excited delle Pointer Sisters e bicchierate di Agua de Valencia corretta con mescalina. Un portentoso cocktail che libera dalla paura e dalle inibizioni, creando una girandola di soddisfazione, piacere e (ri)scoperta di sé. E di gag esilaranti nella loro familiarità. Tra le nuvole, protetto nell’isolamento di quell’abitacolo lontanissimo dalle strade di una Madrid la cui movida e il cui entusiasmo sono stati fagocitati dalla dura attualità, Almodóvar (ri)crea un mondo a sua immagine, in cui custodire il suo personale concetto di kitsch elevato ad arte, la provocazione sempre in bilico tra trash e colpo di genio, la festosità di un passato a colori pop che è come un ricordo da rivivere all’infinito, il melodramma pirotecnico, la comicità teatrale a dispetto dei “musical che hanno ucciso il vero cabaret”, autocitazioni, cameo e persino un omaggio a L’aereo più pazzo del mondo. Un mondo che, tuttavia, sotto la sfavillante superficie non offre nuovi luoghi da esplorare, indulgendo nell’autocelebrazione e lasciando un senso di sospensione. E il desiderio di un viaggio più avvincente.

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