Il Festival del Film di Roma è finito, andate in pace

Il Festival del Film di Roma è finito, andate in pace

Il Festival Internazionale del Film di Roma si è appena concluso. Una settima edizione diversa dalle altre, a cominciare dal nome. Qualche anno fa era infatti una FESTA, ed in effetti, nonostante i problemi, l’atmosfera che si respirava era davvero di festa. Quest’anno invece, complice il cambio ai vertici (Muller al posto della Detassis) che ha lasciato poco tempo per l’organizzazione, l’atmosfera era più funerea. Pochissime le feste ufficiali, red carpet poco affollati: è stato un evento più per addetti ai lavori che per il pubblico, che infatti ha partecipato poco rispetto gli altri anni.

I film

Il programma generale dei film non ha rispettato lo standard degli altri anni, che peccava di mancanza di identità, vero, ma almeno riusciva ad unire film di cartellone per il grande pubblico e film più indie. Negli anni della Detassis abbiamo visto film splendidi come Kill Me Please, Cosa piove dal cielo, il vincitore dell’Oscar come Miglior Film Straniero In un Mondo Migliore e retrospettive varie che spaziavano dallo Studio Ghibli (quello del Castello Errante di Owl per intenderci) ai film con Meryl Streep, e ancora una sezione dedicata all’arte contemporanea con il ciclo dedicato all’artico Cape Farewell. Quest’anno Muller non ha avuto il tempo materiale per organizzare un Festival all’altezza delle passate (e vituperate) edizioni, e speriamo che la prossima volta riesca a migliorare la situazione.

Tra i film in concorso presentati quest’anno iniziamo dal vincitore, Marfa Girl. Larry Clark, il regista, è anche uno di quei fotografi che ha fatto la storia della fotografia contemporanea: i suoi lavori Tulsa (1971), Teenage Lust (1983), 1992 (1992) e The Perfect Chilhood (1993) sono infatti considerati tra i più interessanti e iconici di una generazione di giovani belli, dannati ed eroinomani, vicini alla ricerca di altri due grandi fotografi come Nan Goldin e Jurgen Teller. Il film presentato narra le vicende che si svolgono a Marfa, in Texas, e come nei suoi film precedenti (Kids e Ken Park), i protagonisti sono adolescenti. Nessuno come Larry Clark riesce a presentarli come fa lui, senza filtri e veli, quasi fosse uno di loro. E’ davvero un bel film, dove sesso, droga e violenza vengono costantemente addolciti da delicatezza e sensibilità. Tra gli altri film in concorso, The Motel Life è forse il migliore. Tratto dall’omonimo romanzo del cantante country Willy Vautlin, girato dai fratello Polsky, narra le vicende di due fratelli, outsider della società, rimasti orfani da bambini e da sempre abituati ad aiutarsi a vicenda. Le interpretazioni di Stephen Dorff e Emile Hirsch sono state eccelse, e il film un premio, oltre che quello del pubblico, lo avrebbe meritato. Altro film imperdibile è il visionario A Glimpse inside the mind of Charles Swan III, di Roman Coppola. Charlie Sheen (davvero bravissimo, bisogna dirlo) e Jason Schwartzman, Bill Murray e Patricia Arquette interpretano un film a tratti delirante che segue l’ossessione del ricco e folle Charles Swan III alle prese con le pene d’amore per Ivana, la ragazza che lo ha lasciato. Tra i film più indipendenti e minori in concorso segnaliamo lo splendido e poetico Mai Morire, del messicano Enrique Rivero. Racconta la storia di Chayo, costretta a tornare nel suo paesino natale, Xochimilco, circondato dai fiumi, al capezzale dell’anziana madre che sta per morire. La vita è interamente celebrata, nonostante sia estremamente difficile e povera. Ma la natura, la bellezza e la delicatezza che Chayo vede e vive redime l’ambiente circostante. Gli attori non sono professionisti, ma sono tutti abitanti della zona, e la riuscita della pellicola, mai scontata e mai retorica, forse si deve anche a questo. Le lacrime di commozione della protagonista alla presentazione del film sono state la ciliegina sulla torta di uno dei migliori film visti durante il Festival. Il popolo Mari è invece protagonista del film Spose Celesti dei Mari della Pianura, del regista Alexey Fedorchenko. Le loro storie fantastiche sono raccontate attraverso 23 donne alle prese con spiriti, magia e superstizioni: un film pervaso di realismo magico fin dall’inizio, che lascia spiazzati, per poi divertire e interessare. Vince il premio come Miglior Regia e Miglior interpretazione femminile di Isabella Ferrari il controverso, fischiatissimo e insultatissimo E la chiamano estate, di Paolo Franchi. Sospendendo il giudizio sulla pellicola, narra la storia di una coppia in crisi e di un uomo che per soddisfare le proprie pulsioni va a prostitute senza mai avere un rapporto fisico con la moglie. Durante la conferenza stmapa tra il regista e i giornalisti è scoppiato il putiferio, con chi insultava e chi non rispondeva. Dal punto di vista delle scelte della commissione, quello che mi sento di dire è che forse non sono state valutate serenamente le altre pellicole, ma è stata scelta la strada “francese” del premiare un italiano in un festival italiano. Forse…

Tra i film fuori concorso ha spopolato (è il caso di dirlo) Populaire. Il regista Régis Roinsard ci regala una commedia frizzante, romantica e fuori dal comune: una giovane segretaria è incapace a fare il suo lavoro ma è un portento con la macchina da scrivere: il suo datore di lavoro (uno straordinario Romain Duris) la iscriverà alla gara di dattilografia e da lì la farà diventare la dattilografa più veloce del mondo. Ambientato in una Francia fine anni ’50, il film non smette un secondo di divertire, condito da una storia d’amore delicata e forse un po’ scontata, ma assolutamente godibile e deliziosa. Molto interessante la rassegna CinemaXXI. Da Suspension of disbelief, di Mike Figgis, una sorta di storia alla David Lynch ma “spiegata” attraverso la sceneggiatura e il suo protagonista, uno sceneggiatore appunto (il personaggio è la trama!), a Photo di Carlos Saboga, una storia di ricerca su una madre morta e il suo passato, a TAR, con James Franco. Quest’ultimo, con Franco in duplice veste di interprete e professore dei 12 registi che vi hanno lavorato, è nato come un insieme di poesie di C.K.Williams e ne mette in scena i componimenti, raccontando parallelamente la sua vita. Atmosfere un po’ troppo alla Malick di The Tree of Life lo rendono un po’ didascalico, ma è una versione più leggera e godibile, e con un James Franco davvero bravo. E’ invece il ritratto intimo di un regista alle prese con le poesie di Pessoa O Batuque dos Astros, di Julio Bressane. Un film-saggio, dove le opere di Pessoa travolgono la messa in scena e le riprese stesse ne raccontano le poesie. Il tipografo olandese del tardo Cinquecento, Hendrik Golzius, è il protagonista dell’opera di Peter Greenaway Golzius and the Pelican Company. Film di Greenaway, la firma del regista è chiara fin dall’inizio, una storia intessuta di arte visuale e messa in scena di storie di sesso del Vecchio Testamento: da Lot a Sansone, da Salomè a David. Tema costante, l’analisi sulla libertà di espressione e la sua negazione. Nella sezione PIT, Prospettive Italia, da segnalare Pezzi, documentario sul Laurentino 38 firmato da Luca Ferrari e prodotto da Valerio Mastandrea. “Er pantera”, Giuliana, Stefano, Rosi, Bianca e tutti i protagonisti sono già stati immortalati dalle foto che lo stessa regista ha presentato a Fotoleggendo, manifestazione romana di fotografia organizzata da Officine Fotografiche.

Le polemiche

Tante, tantissime le polemiche legate al Festival. A cominciare dall’organizzazione, con i problemi legati alle sale, agli accrediti e al pubblico. Troppo spesso infatti i (troppi?) accreditati non sono riusciti a partecipare alle proiezioni, a causa di una disorganizzazione interna che non ha fatto lasciare almeno una fila di poltrone per la stampa. Per l’incontro con Douglas Gordon e James Franco la fila accreditati era già molto piena a due ore dall’inizio, ma da subito l’organizzazione ha iniziato a dire che i biglietti erano tutti venduti e non ci sarebbe stato posto se non per quei cinque/sei davanti alla fila. Molte le persone che si sono arrese preferendo un caffè, e quando finalmente l’organizzazione ha dato il via libera, gli accreditati hanno trovato una sala con le ultime sei file di posti completamente libere. Per le proiezioni del film di Peter Greenaway altra carneficina tra gli accreditati, che si son visti passare la solita sfilata politica in sale indubbiamente non all’altezza dell’importanza del film proposto, che avrebbe richiesto almeno il triplo di ampiezza di sala. Tutto questo ha fatto pensare agli accreditati che forse sono riusciti a vedere dei film solo grazie al fatto che l’affluenza del pubblico sia notevolmente calata. Per non parlare di proiezioni che, pur iniziando ad una certa ora (come per il film di Marjane Satrapi), si sia permesso al pubblico di entrare oltre i 30 minuti successivi l’inizio della proiezione, e non lasciando nemmeno un posto agli accreditati in fila. Ma la polemica più grande è scattata alla conferenza stampa del film E la chiamano estate, con il regista, il cast e la produttrice (la moglie di Pavarotti, Nicoletta Mantovani) che hanno reagito davvero male alle obiezioni (forse troppo violente) della stampa.
Marco Muller ha realizzato un Festival della crisi che, come dicevo all’inizio, ha avuto fin da subito un’atmosfera lugubre e funerea, senza quel carattere popolare che ha caratterizzato le edizioni precedenti. Le sue scelte sono poi un po’ contorte, a parte un filone legato alla figura femminile e alle ossessioni maschili che non è stato però da tutti riconosciuto. E come per le barzellette, se si deve spiegare forse non è riuscito così bene.

Ma il Festival è finito, andate in pace.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *