Centro Histórico

Centro Histórico

Per sua natura un film collettivo si nutre di diversità. Di punti di vista mutevoli e differenti. Stilistici. Narrativi. Filosofici. Umorali. Ed è proprio dall’incontro-scontro di tali diversità e registri che concetti affascinanti prendono forma.
Centro Histórico, pellicola che ha inaugurato CineMAXXI, sezione “avanguardista” della Settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, non fa eccezione. Intorno alla cittadina portoghese di Guimarães, capitale europea dalla cultura 2012 e cellula da cui è nato il moderno Portogallo, ruotano quattro storie, quattro visioni, ricordi, pensieri, eventi che tentano di restituirne l’anima complessa. Il surrealismo del regista finlandese Aki Kaurismäki, in O Tasqueiro, le dona una malinconica poeticità, giocata su note di fado, mancanza assoluta di parole e l’assenza come misura di tutte le cose: un ristorante senza clienti, una vita senza grandi risorse, un autobus da cui non scende chi si aspettava con ardore, speranze svanite in un mazzo di garofani gettati per strada. Lamento da Vida Jovem, frammento affidato a Pedro Costa, è quasi una pièce teatrale che richiama la sinuosità del soul-funk di Curtis Mayfield e i tormenti di un operaio capoverdiano, il soldato Ventura – già protagonista di Juventude em marcha – in bilico tra follia, lucidità, ossessioni, rimpianti, necessità e rivoluzione, nel claustrofobico spazio dell’ascensore di un ospedale in cui affronta i propri demoni. L’approccio di Victor Erice in Vidros Partidos, al contrario, è documentaristico, con la telecamera fissa che cristallizza le vite degli operai di una filanda ormai chiusa, nota come la “fabbrica delle finestre rotte”, prima in una fotografia, poi in una serie di testimonianze, toccanti e un po’ scontate, che parlano di sudore, sfruttamento, emigrazione, alienazione, in una sorta di silente parallelismo tra schiavismo “antico” e “moderno”. L’episodio conclusivo, O Conquistador Conquistado di Manoel de Oliveira riporta tutto in un’ottica di sottile ironia. Un gruppo di turisti visita la piazza della città vecchia, dove sorge la statua di Alfonso Henriques, che liberando Guimarães diede inizio alla liberazione del Portogallo, di cui diventò il primo sovrano. Un condottiero costretto a soccombere a una nuova orda di invasori, i barbari turisti che ne turbano l’eterno e glorioso riposo con gli scatti di macchinette fotografiche ultra-tecnologiche. Un gioco ilare, che riassume tutto il senso dell’opera: la storia si ripete, anche se mai esattamente uguale a se stessa, muta nella forma ma mai nella sostanza. I tempi cambiano, ma la vita, in fondo, è destinata a essere rimanere sempre la stessa. Difficile e solitaria, nel lungo spazio tra due brevi sorrisi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *