Pietro Marcello e Napoli 24

Pietro Marcello e Napoli 24

È un film collettivo, Napoli 24: ventiquattro registi alle prese con un racconto corale di una delle città simbolo del paese. Tre minuti a disposizione di ognuno per raccontare la città di Napoli e l’Italia intera, un documentario visivo fortemente voluto dai produttori che ci hanno lavorato per molti anni. Angelo Curti (Ananas), Nicola Giuliano (Indigo Film) e Giorgio Magliulo (Skydancers) sono le menti dietro al progetto. Nato alla fine del 2006, l’inizio dell’emergenza rifiuti, da un suggerimento dell’assessore alla Cultura di Napoli e dal presidente della Film Commission, con l’idea di realizzare qualcosa che potesse risollevare l’immagine stessa della città di Napoli. Dopo varie vicissitudini si è arrivati al progetto come lo conosciamo: 24 autori, il sostegno di Rai Cinema e dell’Istituto Luce e alla fine l’esordio al Torino Film Festival del 2010. Vissuto alla stregua di un “disaster movie”, come ha dichiarato il produttore Angelo Curti, per la lentezza del progetto, alla fine si è rivelato il giusto tempo per veder realizzato un film corale fuori dagli schemi narrativi classici, con sguardi di autori anche alle prime esperienze e che nel frattempo hanno realizzato grandi cose e registi già affermati come Paolo Sorrentino.

Abbiamo raggiunto uno degli autori, Pietro Marcello, regista classe 1976, autore anche di La bocca del lupo, vincitore come Miglior Film al Torino Film Festival 2009. Il suo episodio in Napoli 24 si chiama Rettifilo e racconta del Corso Umberto I, che va dalla Stazione Ferroviaria a Piazza della Borsa (Giovanni Bovio). Pietro Marcello è di Caserta ma ha vissuto a Napoli e ama la città e i suoi abitanti. Ha realizzato anche dei documentari sul cinema e un ritratto a Marco Bellocchio.

Come nasce il progetto, come sei stato inserito?
Sono stato contattato dal mio produttore, Nicola Giuliano. L’idea del film è stata dei produttori, che l’hanno voluto fare nonostante tutte le difficoltà. Loro l’hanno voluto. E’ un film collettivo ma anche un film nato dalla mente dei produttori. Il montaggio è stato realizzato da Giogiò Franchini, che è un bravissimo montatore, che ha dato una certa linearità nel montaggio utilizzando lavori che avevano stili completamente diversi.

24 appunto
Si infatti. E’ rappresentativa della città ma anche del paese. E’ Napoli ma potrebbe essere l’Italia.
I film collettivi nascono spesso dalla politica, sono “politici” come i film francesi, che erano squisitamente politici.

Napoli 24 funziona per il carisma specifico della città o sarebbe esportabile ad altre città italiane?
Guarda, è molto soggettivo. Per me, ad esempio, Napoli è una città grigia, per altri è la città della luce, del mare, ma per me no. È grigia, scura, e non senti il mare. Dipende dal punto di vista. A Napoli non senti il mare se non sei in via Caracciolo o a Mergellina. Ma Napoli è anche la fossa dei leoni, che ha una grande cultura, con grandi contrasti. Napoli è la punta dell’iceberg del decadentismo italiano. Ma questo vale per tutta l’Italia, e in altri posti è anche peggio.

Stai lavorando a Bella e Perduta, un documentario sull’Italia.
E’ un film sull’Italia, che sto ancora sviluppando, è ancora work in progress.

Tornando al film, come si lavora in un racconto di 3 minuti?
Il materiale che ho mostrato è una mia ricerca che avevo fatto per un progetto che poi non è andato in porto. E’ difficile è come un libro, un insieme di racconti: un conto è analizzare l’episodio singolo, un altro è l’intero film.

Il film è stato definito un lungo lamento: come risponderesti a chi l’ha giudicato così?
E’ una cosa che non ho sentito, ma non credo. Ma come ti dicevo prima, questo film è stato realizzato da tante persone: ”scarpe rotte eppur bisogna andare”. Tante persone che conosco che si sono innamorate di Napoli. Ma poi ci sono certe cose che nessuno vuole vedere: l’immondizia, gli invisibili.
L’episodio di Massimiliano Pacifico, del vecchietto che compie 100 anni e nel quartiere gli fanno la festa di compleanno, è il momento che ho amato di più. Ma, ripeto, vedere un film simile è come leggere un libro di racconti: ci sono episodi che ami di più e altri di meno.

Tu sei documentarista, come stiamo messi in Italia, cosa bisognerebbe fare per aiutare i giovani cineasti in generale e documentaristi nello specifico?
Guarda, è una questione di motivazione. Non credo si tratti di crisi, soprattutto per chi lavora abitualmente con piccoli budget. Io poi non faccio differenze tra generi. Il documentario è uno strumento del cinema. Non credo nelle separazioni: una cosa è la forma, l’altra è il contenuto.

Molti fotografi si stanno convertendo al documentario.
Il cinema è immagine in movimento, la fotografia è un’altra cosa. Spesso i fotografi ci impiegano molto a realizzare un documentario, perché gli strumenti sono diversi. C’è bisogno di una conoscenza per utilizzare lo strumento. Certo poi penso ad Antonioni che è stato un grandissimo fotografo, e allora decade quello che ho detto!

Cosa diresti a chi volesse diventare documentarista?
Tenacia. C’è bisogno di tenacia, sia fisica che psicologica. Al di la del progetto, con la tenacia fai tutto.

Questa sera al Kino Village, il Kino sotto le stelle, verrà proiettato il documentario e sarà presente Pietro Marcello.

 

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