Le morti bianche per i concerti

Le morti bianche per i concerti

 

Se le vendite dei dischi diminuiscono in tutto il mondo, i live sembrano essere la via d’uscita della musica dall’incubo crisi. Ma tour forzati, date sempre più ravvicinate e palchi sempre più grandi possono tramutarsi facilmente in tragedie, come ci racconta la cronaca dell’ultimo anno: da Laura Pausini a Jovanotti fino al più recente concerto dei Radiohead in Canada, il morto sembra essere, ahimè, dietro l’angolo. Abbiamo chiesto ad un tecnico specializzato, backliner per l’esattezza, che lavora in questo campo da oltre dieci anni, di raccontarci come funziona la complicata macchina dei concerti, dal montaggio del palco alle lunghe traversate in furgone in giro per l’Italia e l’Europa. Lorenzo Alemanno lavora infatti da anni con la Bandabardò, storico gruppo italiano.


Lorenzo è un backliner, responsabile di palco degli strumenti 
musicali, e l’allestimento del palco, come un cantiere edile, deve seguire delle fasi ben precise con tecnici specializzati: “Chi monta le strutture di ferro del palco si chiama scaffholder. Dopo vengono montate le strutture in alluminio, che servono come punti per appendere le casse e le luci, e sono montate dai rigger. In fase di allestimento si appendono le luci, e c’è una squadra che se ne occupa. Solo quando ci sono luci e impianto (sistemati dagli pa-man) si fa la taratura dell’impianto. A palco allestito e vuoto entriamo noi backliner, che montiamo gli strumenti e seguiamo l’artista”.

Dietro quella media di 2 ore di concerto che noi appassionati andiamo a sentire nelle arene e negli spazi adibiti si nascondono ore e ore di lavoro di tutti i tecnici che seguono i musicisti in tour. Una giornata tipo inizia e finisce ad orari imprecisati: “una giornata tipo non esiste. In generale, posso dirti che con la Bandabardò sono in tour anche un anno e mezzo. I tour si fanno quasi sempre in due tranche, una invernale ed una estiva. Generalmente in estate i concerti sono all’interno di festival e in palchi all’esterno e in inverno si suona per locali.
Una giornata tipo puo’ iniziare prendendo il caffè in albergo e dormendo in furgone. Poi si arriva sul posto e partono a costruire il palco. Il mio lavoro inizia intorno alle due del pomeriggio: si montano gli strumenti e si tarano. Montati gli strumenti si fa una line-check, con il fonico, poi io mi occupo della manutenzione degli strumenti, verifico il funzionamento delle apparecchiature, (pedaliera, pedali, batteria, ecc) e faccio anche la lucidatura: tenere tutto pulito, ordinato e funzionante è il mio compito. Siamo gli angeli custodi dei musicisti a cui loro si rivolgono per ogni esigenza! Durante il concerto c’è il seguire i cambi, e eventualmente sistemare i problemi sul palco. Quando non si vede nessun backliner correre sul palco il lavoro è perfetto. Quando ci vedete correre c’è qualche problema che stiamo cercando di risolvere”.

Quando crollano i palchi sembrano esserci vari problemi. L’errore umano, dovuto alla stanchezza o al pressapochismo di facchini non specializzati che arrotondano con un lavoro estivo, per esempio, oppure falle nei pezzi che compongono la struttura, o ancora un luogo non adatto a contenere strutture sempre più (inutilmente?) faraoniche. Quando crollano palchi come è successo con il concerto della Pausini o di Jovanotti (due tra i maggiori artisti italiani) o ancora come l’ultimo incidente per il concerto in Canada dei Radiohead la questione diventa particolarmente preoccupante: “Turni di lavoro molto lunghi, spostamenti lunghissimi, problemi già evidenziati da tanti: sono molte le cause. Intere giornate di lavoro portano a fatica e distrazione. E poi ci sono persone poco specializzate che arrivano sul posto. Anche il lavoro di facchino (io l’ho fatto per tanti anni) viene visto come un lavoro estivo, leggero, non ci si rende conto dei rischi. Adesso gli standard di sicurezza si sono alzati, ma in tanti lo prendono come lavoro così. A me è capitato di far scendere dei facchini saliti sul palco in ciabatte: maneggiamo casse che pesano 250 chili e se ti va a finire sul piede puoi solo immaginare cosa possa succedere. Già è difficile vederli con l’attrezzatura antinfortunistica, in ciabatte è troppo. L’importanza di un tecnico qualificato sul posto è un’esigenza perché maneggiano cose che oltre che pesare costano tantissimo, io mi devo poter fidare di far maneggiare un baule con dentro un amplificatore da migliaia di euro. E poi servirebbe più tempo per montare, senza dimenticare che il luogo prescelto è davvero importante. Sembrerà strano, ma in Italia, a parte qualche stadio, non esistono strutture adibite a concerti, mentre in America, in Inghilterra o in generale in Europa sì. In Italia continuano ad esserci troppi posti non adatti, pericolosi per vari motivi, dalle elementari norme di sicurezza al clima, come l’Heineken Jammin Festival che ha visto ben due trombe d’aria abbattersi durante i concerti. Al di la dell’incidente, anche un problema elettrico potrebbe creare danni. Il mio materiale lo conosco a memoria, posso risolvere problemi, ma se dipende da altro… bisognerebbe cambiare l’italianità”. Però poi succede in Canada, quindi “italianità” fino ad un certo punto.

Ore di lavoro, tanta fatica, strutture faraoniche che non entrano e vanno ridotte, sono davvero tante le cause che trasformano una festa in tragedia. Qualcosa si puo’ ancora fare, speriamo che quanti più artisti e produttori ascoltino le parole e gli appelli di tutti quei tecnici che ci lavorano e che rendono grande la band che le persone vanno a sentire. In tutto questo i lavoratori sono soggetti a leggi che si rifanno a quelle circensi, o equiparate a metalmeccanici, o ancora, per chi lavora in cooperativa o da freelance altre. Nessuno di questi “angeli dello spettacolo” ha un riconoscimento legislativo adatto alla mansione che ricopre, tanto che la passione sembra essere l’unica regola per un lavoro del genere:Gli incidenti non succedono poi così spesso, succede poco rispetto ai rischi e quindi siccome è fatto da chi ama questo lavoro, è fatto molto meglio di quello effettivamente riconosciuto. Te ne potrei raccontare mille di storie. Per quello che ho visto sarebbe potuto succedere molto più spesso. Di cadute dai palchi ne ho viste. Adesso stanno cercando tutti di fare corsi, di regolarizzarsi, spero solo sia abbastanza. Non c’è però un riconoscimento a livello di categoria, se non molto generico, come, per esempio, i ruoli delle persone che lavorano nei villaggi turistici. Negli altri stati ci sono categorie dei professionisti dello spettacolo, qui in Italia no. Per diventare tecnici specializzati ci sono dei corsi, in cooperativa però ti iscrivi dicendo il tuo ruolo, mentre quando ho iniziato io, dodici, tredici anni fa, il lavoro era a passaparola: io ho seguito un corso da tecnico del suono, ma già lavoravo sul palco, e così hanno fatto i miei colleghi della mia stessa età. Esistono scuole, ma la mia è una categoria di tecnici appassionati: è un lavoro di passione che impari stando appresso alla gente che te lo vuole insegnare. Se iniziavi 15 anni fa era meglio. C’era molta più gente competente e disposta a insegnare. Non c’era gioco al risparmio. Se rubavi con gli occhi e le orecchie bastava guardare quello che faceva e imparavi. Ora che c’è il gioco al ribasso, da parte delle produzioni, si è persa molta professionalità. Tanta gente mi ha insegnato, e io tutto il mio sapere lo rigiro senza segreti. È il lavoro più bello del mondo, anche se è sempre più difficile camparci, ne vale sempre la pena.

Dopo la morte di Matteo Armellini (morto schiacciato dal crollo del palco di Laura Pausini a Reggio Calabria), successiva a quella di Francesco Pinna (che costruiva il palco di Jovanotti a Trieste), 
i lavoratori e tecnici specializzati dello spettacolo iniziano a farsi sentire. Come il Collettivo Autorganizzato dei Lavoratori dello Spettacolo di Roma, protagonista di diverse mobilitazioni comunicative e appelli ai musicisti e agli artisti. Qui trovate il link al loro sito, che contiene molte (e più) dettagliate informazioni.
Lorenzo lo potete incontrare ad un concerto della Bandabardò.

 

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