Biancaneve

Biancaneve

C’era una volta, e c’è ancora, una strega cattiva con un sorriso abbagliante e un desiderio: rimanere la più bella del reame. A ogni costo. Non importa se uno specchio dice il contrario. Biancaneve? “Blala, bla, bla, non sono neri i suoi capelli neri, sono corvini, ha diciotto anni e la sua pelle non ha mia visto il sole, per forza è bella”.

Sicuri di sapere tutto, ma proprio tutto sull’immortale favola dei Fratelli Grimm?
Tarsem – o Tarsem Singh, come più vi piace – invita a gettare al vento ogni  ricordo o pregiudizio, e lasciarsi incantare dalla sua “riedizione” di un classico per piccoli e meno piccoli. E bisogna fidarsi.

La sua Biancaneve fa piazza pulita di tutte le precedenti incarnazioni e punta sull’ironia, sulla modernità e un appeal visuale da togliere il fiato. E personaggi dalle molteplici sfumature: il principe (Armie Hammer) fa sempre sognare ma mostra con naturalezza anche le sue debolezze; i sette nani mutano i nomi e la loro “destinazione d’uso”, diventando banditi per vendetta sociale; servitori e cortigiani, per quanto marginali, sfoggiano realismo e coscienza; Biancaneve (Lily Collins) acquista una decisa personalità ed è pronta a diventare un’eroina che si salva da sola e la regina (Julia Roberts, esilarante e irresistibile) vive di perenne insicurezza con una malvagità direttamente proporzionale alla vanità. Come molte donne moderne ha il mito dell’eterna giovinezza, in nome del quale sottopone se stessa e chiunque intralci i suoi piani a insopportabili torture. La magia è il suo prezioso antirughe, pardon, anti-rughette. Tra una battuta e un duello, Tarsem e gli sceneggiatori Jason Keller e Melissa Wallack fanno un acuto ritratto delle ossessioni della società contemporanea, lasciando che l’elemento puramente fiabesco sia affidato alle lussureggianti scenografie, ai colori vibranti della fotografia e ai costumi splendidamente iperbolici di Eiko Ishioka. Tutto funziona, mancanze comprese. Soprattutto un finale canterino che strizza l’occhio all’India.
Perché quando si è felici si canta e si balla. E, dopotutto, il mondo ha bisogno di felicità. O almeno di sognarla.

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