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L’arrivo di Wang

La nuova “avventura” dei Manetti Bros? Portare lo sci-fi nel cinema italiano. Strapparlo alla grandiosità, soprattutto in materia di effetti speciali, degli studios hollywoodiani e renderlo alla portata di budget limitati. Senza dover perdere in qualità. E, messi per un po’ a riposo thriller e polizieschi, prestano il loro singolare punto di vista agli “incontri ravvicinati del terzo tipo”, con lo sguardo rivolto al Ridley Scott di Alien e la mente persa negli universi di Isaac Asimov.

Una Roma sontuosa e imperiosa nei suoi strati di storia umana è la meta di una strana creatura, soprannominata Signor Wang perché si esprime solo in cinese, venuta in pace a studiare i terrestri. I quali, univocamente rappresentanti nella fredda e brusca persona dell’agente Curti (Ennio Fantastichini) non gli credono e cercano di portare alla luce i suoi biechi secondi fini. Con ogni mezzo. Avvalendosi soprattutto di un’ignara traduttrice (Francesca Cuttica), prima impaurita, poi scettica e infine disposta a tutto pur di salvare la tentacolare creatura dalle brutture, l’odio e il cinismo della razza umana. Si appella alla Convenzione di Ginevra, cerca di contattare Amnesty International, improvvisa un piano di fuga, rimane vittima delle apparenze.

Più che fantascienza tout court, L’arrivo di Wang è una storia “fantapsicologica”, per certi aspetti originale per altri “nota”, giocata sul montare, un po’ esasperato, della tensione tra i protagonisti in una lunghissima, a tratti estenuante, premessa che si risolve in un finale concitato, in cui gli effetti speciali “generati” in digitale dai tecnici della Palantir fanno una degna figura nonostante le risorse limitate.

E che lascia a riflettere, procedendo per contrasti, sul pregiudizio e la diversità, rivelando anche una precisa critica alla società italiana, al suo facile cadere preda di sentimentalismi e grandi paradigmi morali, alla sua piccolezza e cronica incapacità di gestire le crisi, al suo spesso cieco scontro tra generazioni, fondato su una cronica mancanza di comunicazione. Un messaggio forte che, probabilmente, sarebbe stato ancora più incisivo in forma di cortometraggio.

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