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La donna in nero

Piccoli Harry Potter crescono. E (ri)producono una nuova-vecchia formula di incantesimo: riuscire a far rivivere paura e terrore senza ausilio di strabilianti e moderni effetti speciali.

Messi in soffitta occhiali, bacchetta e sciarpa a righe, Daniel Radcliffe – ormai ventrieenne – veste i panni di un promettente e “maturo” avvocato  dell’Inghilterra vittoriana, padre e vedovo, alle prese con un inquietante “caso” che lo porta fino a un piccolo villaggio nel profondo est dell’Inghilterra, l’isolato e inquietante Crythin Gifford. La sua missione è chiudere da un punto di vista legale la situazione patrimoniale della defunta Alice Drablow, proprietaria di una casa su una palude di cui tutti i tristissimi abitanti del luogo hanno un gran terrore.Da quella dimora, infatti, si espande una sinistra maledizione che colpisce, feroce e insensibile, soltanto i bambini spinti improvvisamente al suicidio.

La storia di La donna in nero, tratta dall’omonimo romanzo di Susan Hill e già raccontata in una pièce teatrale alla fine degli anni Ottanta e in adattamenti radiofonici, è un horror “vecchia scuola” di cui James Watkins tenta di fornire una reinterpretazione personale in grado, tuttavia, di preservarne lo spirito. Lasciando che siano le immagini, poco splatter e piuttosto “realiste”, e la suggestione dei luoghi lugubri a creare suspense e somministrare calcolate dosi di orrore allo spettatore.

E gli ingredienti ci sono tutti. Fantasmi arrabbiati e bramosi di vendetta, inspiegabili incidenti, rumori funesti, messaggi dall’aldilà, fango assassino, case stregate e stazioni ferroviarie spettrali. Insieme all’estremo tentativo di razionalizzazione della mente umana, affidato al volto di Radcliffe, ma soprattutto al Signor Daily di Ciarán Hinds, perfettamente in grado di convogliare scetticismo, stupore, combattività e resa incondizionata all’incredibile evidenza (in contrasto con la lucida follia della sua sposa, una sempre perfetta Janet McTeer). La fotografia “gotica” da horror vintage  e la scelta di cambiare le premesse alla storia originale e regalare un finale “a sorpresa”, giocano a favore di Watkins. Che, tuttavia, non esce dalla sua zona di sicurezza, preferendo giocare sul sicuro, con un sentito rispetto nei confronti della “formula Hammer”,  ma senza osare troppo, soprattutto in termini di sceneggiatura.  

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