The Lady

The Lady

Film d’apertura della sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, la pellicola The Lady diretta da Luc Besson (Leòn, Arthur e il popolo dei Minimei) racconta la storia di una delle donne simbolo per la lotta per la democrazia, Aung San Suu Kyi (interpretata da una splendida Michelle Yeoh, la diva malese di Memorie di una gheisha) e della sua famiglia, in primis il marito Michael Ariss (interpretato da David Thewlis, in stato di grazia in questo ruolo). Figlia di un eroe democratico ucciso in un golpe militare, Suu, casalinga birmana di stanza a Londra, moglie di uno studioso di Oxford e madre di due figli, decide di tornare nel suo martoriato paese, la Birmania, per correre al capezzale della madre morente. Non se ne andrà mai più dal suo paese. Diviene ben presto la candidata del partito democratico birmano che la eleggerà a sua rappresentante, ma la dittatura al potere non puo’ tollerare la sua presenza. Decidono di condannarla agli arresti domiciliari, mentre i suoi compagni di partito vengono uccisi o chiusi in carceri disumane e violente, per cercare, inutilmente, di zittire la sua protesta. Aiutata dal marito rimasto a Londra, Suu diventa il simbolo della ribellione alla dittatura e riceve il Premio Nobel per la Pace durante la sua prigionia casalinga, finita (?) il 13 novembre 2010 (dopo oltre vent’anni). Ma in questo film le vicende politiche lasciano un po’ il tempo che trovano perchè il regista era molto più interessato all’aspetto umano e alla vita quotidiana di Suu rispetto alla politica, che diviene sfondo delle vicende che accadono. L’amore tra i due protagonisti divisi (uno in Inghilterra, l’altra in Birmania) ma uniti in un amore forte più della politica, l’ammalarsi di lui e la sua scomparsa sono il leit motiv del film, oltre ai fiori perennemente appuntati sui capelli della protagonista. Cito i fiori in maniera polemica: ho trovato questo film una enorme occasione sprecata da Besson. Non andando a fondo dal punto di vista storico-politico e contemporaneamente privilegiando un aspetto familiare che non giunge però a buon fine, il risultato è una elegia ad una specie di santa che non arriva a toccarci il cuore (come Besson sembra invece sperare). Regia da “compitino fatto bene” senza infamia e senza lode, stacchi di continuità nello svolgimento della storia, una storia vera raccontata male che non arriva in profondità ma tratteggia, alla fin fine, niente di più di un santino di una santa (il gioco di parole è orrendo e voluto -ndr).

Scusate se per una storia così complessa e così emozionante come quella di una donna premio Nobel per la pace per i diritti dell’uomo preferirei un maggiore sforzo: penso se lo meriti Aung San Suu Kyi, “orchidea d’acciaio” forte e fragile come solo le grandi persone che fanno la storia del mondo possono essere.

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