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Terriers, “cani” sciolti e prematuramente abbandonati

Tra tutti i poliziotti, avvocati e criminale da riacciuffare, nel sottobosco della TV made in USA,  si rischia la morte per attacco di agorafobia. CSI, NCIS e i loro fratellini minori, Cold Case, Bones e i loro misteri, Law & Order e i suoi figli di tribunale…
Perché uno show che rientra, almeno nelle intenzioni dei network, nelle suddette categorie, si chiama Terriers e ha, tra l’altro, un Bulldog sulle foto promozionali dovrebbe fare la differenza?

Forse per il fascino imperfetto di un investigatore privato che assomiglia più a Jeffery Lebowski che al carismatico e baffuto Magnum P.I. Forse per quell’atmosfera off che emana una cittadina come San Diego. O forse per la presenza di un plot già battuto ma rivisitato con l’amore per i dettagli, i dialoghi e personaggi più somiglianti a misurati loser che a conclamati eroi.
Protagonista di Terriers è un  ex poliziotto, ex alcolista ex marito ancora innamorato, che insieme a un inseparabile Peter Pan in scadenza si occupa di ritrovare cani scomparsi, ragazzini in fuga, sinistri uomini d’affari, impacciati traditori, imbattendosi più o meno per caso in pericoli più grandi.
Le vite di Hank Dolworth (Donal Logue) e Britt Pollack (Michael Raymond James), infatti, sono un misto di ordinari e affanni quotidiani, che hanno il grande pregio di mantenersi in equilibrio sul un sottile filo di ironia e inattesa eleganza senza mai scadere nel tragicomico. Tutto merito dei due protagonisti, antieroi quasi romantici, sognatori non convenzionali e allegri disillusi, che non negano a nessuno le loro disarmanti battute. E che tentano di risalire, a modo proprio, da quel fondo su cui hanno deciso di rimanere accoccolati per troppo tempo. Dopo un inizio lento, quasi sonnacchioso ma altamente ipnotico, gli eventi trovano un ritmo costante, grazie anche a un effetto collatarelae da “Ex-Factor”: mettere il naso negli affari di una ex moglie il cui poco problematico nuovo marito conduce dritto in un vortice di misteri che costringono la strana coppia a evadere dal loro mondo sottilmente apatico e a confrontarsi con l’amara realtà.

I critici hanno amato la serie scritta da Ted Griffin definendola una delle migliori del 2010. Il pubblico – soprattutto quello abituato a guardare la TV in modi non convenzionali – si è affezionato al punto da regalargli lo status di “cult” e da esaltare il passaparola. FX, il network su cui è andato in onda, lo ha allegramente boicottato. Nessuna strabiliante promozione, pochissimi passaggi pubblicitari, collocazione oraria infelice, nessuna voglia di investire risorse o di superare le difficoltà poste da un titolo che fa pensare immediatamente a un documentario di Discovery Channel.
Perché – lo sanno anche i muri – un “prodotto” non allineato e poco inquadrabile per quel suo costante sfuggire a ogni classificazione non genera profitto e non genera cospicui numeri. Ecco quindi che deve fermarsi dopo una sola stagione. E non c’è campagna promossa dai fan sul web che possa mutare il verdetto.
Restano, comunque, tredici imperdibli episodi, dal 25 marzo in onda anche in Italia s FX, e un grande dubbio che non sarà mai risolto: ma a quel famoso bivio, Brit e Hank avranno svoltato a destra o a sinistra?

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