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Raising Hope, c’è speranza a casa Chance

Per una legge non scritta del mondo dello show business, una serie TV con un discreto successo di critica e pubblico può essere chiusa dopo quattro stagioni senza una plausibile spiegazione oltre al solito taglio di budget. Ne sa qualcosa il povero Greg Garcia, che ha visto naufragare quel piccolo capolavoro di eccentricità conosciuto come My Name Is Earl senza avere la possibilità di salvarlo.

Che fare quando si resta disoccupati? Saltare su una scialuppa di salvataggio e godersi una lunga vacanza? Esplorare il mondo dorato delle soap opera sperando che i suddetti tagli non rovinino la festa?
Indomito e sereno come un monaco zen il buon Greg raccoglie le idee. Scrive una nuova dark comedy, chiamando a raccolta i suoi personaggi eccentrici, le remote periferie d’America e il solito approccio politically incorrect, ed è di nuovo in onda. Raising Hope, che la Fox ha comprato e ha già rinnovato per una seconda stagione (in Italia sarà trasmessa dal prossimo 3 febbraio da Fox con il titolo Aiutami Hope!) è la sua rivincita.

Tutto ha inizio con un incontro molto casuale del candido ventitreenne Jimmy Chance (l’esordiente Lucas Neff, che ha una spettacolare somiglianza con il giovane John Lennon) con una spigliata sconosciuta nel retro del suo malandato furgoncino. Jimmy non ha grande ambizioni, si occupa di pulizia di piscine con il padre Burt (Garret Dillahun) e vive con sua madre Virginia (Martha Plimpton) e la bisnonna Maw Maw (Cloris Leachman), affetta da Alzheimer e convinta che il pronipote sia il suo defunto marito. Eppure quella notte cambierà la sua vita. La sua “amante” è in realtà una serial killer in fuga e condannata a morte, che gli lascerà in eredità una bimba, Princess Beyoncé. Deciso a dare una svolta alla sua vita, Jimmy decide di crescere sua figlia, con il riluttante aiuto della sua sgangherata famiglia. Il primo passo nella giusta direzione è il nome. Addio Principessa Beyoncé, benvenuta Hope.

Con Raising Hope non siamo davanti alla “solita sit-com”. Anche se, nel 2011, le solite sit-com si sono ormai estinte come i giaguari dell’Arizona. Né siamo davanti alla “solita famiglia”, (le solite famiglie hanno subito la stessa estinzione di cui sopra). E non siamo nemmeno davanti alle famiglie disfunzionali alla Modern Family, che tanto conquistano il pubblico televisivo. La famiglia Chance, è molto di più. Sono dei coloratissimi e chiassosissimi Addams suburbani. Un gruppo di individui radicati nella parte più trash dell’America, ruvidi, adorabilmente sgradevoli, con la battuta pronta, e la mente persa in quotidiane follie. Un microcosmo di colletti blu, di lucidi disillusi, cameriere di motel, cassiere da supermercato, babysitter casalinghe, che vivono alla giornata e hanno sogni piccoli piccoli, come ottenere una parte di rilievo in un presepe vivente o posare per estemporanei ritratti fotografici. Esseri umani imperfetti che, come tutti i personaggi usciti dalla fantasia di Greg Garcia, hanno un lato sottilmente idealista e umano.

La ciliegina sulla torta? La presenza illuminante di Martha Plimpton, un’icona del cinema degli anni 80-90, (Parenthood, I Goonies, Vivere in fuga, Un’altra donna). La sua Virginia Chance, ex madre-adolescente ancora ostinatamente insieme al padre di suo figlio, è l’esempio perfetto di un disincantato cinismo che si salva dalla caricatura grazie a battute fulminanti, gag tanto assurde quanto esilaranti e all’esaltazione di una sghemba epopea dei loser. Che – confessiamolo – lenisce tutte le nostre possibili frustrazioni e – sotto sotto – ci rende tollerabili le imperfezioni e ci fa sentire decisamente meglio.

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