Nicki Minaj alla conquista del regno (Lil’Kim permettendo)

Nicki Minaj alla conquista del regno (Lil’Kim permettendo)

Se il giorno ha la sua notte, lo yin ha il suo yang,  Lady GaGa deve inevitabilmente avere il suo “opposto” nella black music. È una legge di natura, inevitabile quasi quanto l’annunciata fine del mondo nel 2012. Non poteva farcela Rihanna, i cui sforzi per apparire la paladina del nu-sadomaso non riescono a toglierle di dosso l’immagine di santa protettrice degli amori sotto la pioggia. Non poteva farcela l’eterna Beyoncé, condannata a clonare se stessa ad libitum. Può farcela, invece, la “matricola” Nicki Minaj. Colorata, poco misurata ed eccessiva, lancia il suo grido di battaglia a colpi di parrucche, sfumature fluo, outfit più che estrosi e accessori debitamente griffati. La musica, in fin dei conti, è un concetto marginale. In un’epoca in cui si sfornano a tutta velocità icone pop in bilico tra arte concettuale e kitsch avanguardista, vince la Barbie che gioca meglio con la sua immagine.

Il rap è, tuttavia, un universo a sé, con le sue immutabili regole. Un universo maschile, spesso maschilista, in cui tutto è amplificato, la forza della protesta sociale come l’estetica fatta di catene d’oro, pistole, night club, strip-tease e sinistri vicoli tappezzati di bidoni dell’immondizia. Un universo in cui una donna si fa spazio solo se dimostra di avere attributi altrettanto potenti. In tante lo hanno fatto, senza essere relegate a mero accessorio in tacco 12 e pelliccia da scorribanda notturna. Queen Latifah, Missy Elliot e Lauryn Hill sono solo la prima fila di un plotone di rapper in gonnella pronte a dare battaglia ai maschietti nei contenuti e nella forma, senza rinunciare alla propria femminiltà. Poi sono arrivate Lil’Kim e le sue sorelle, ghetto bitches che al confronto Snooki di Jersey Shore è un’educanda, impegnate a usare provocatoriamente l’immagine della suddetta donna accessorio, a brandire la volgarità come una spada e a lanciare taglienti rime da parental advisory. Il mondo, però, le ha condannate a un lento e indifferente declino. Almeno fino al giorno in cui, dal nulla, è sbucata Nicki.

Miss Minaj ha fatto bene i compiti. Ha studiato le personalità e i look di chi l’ha preceduta così come ha fotocopiato gli appunti di quel gran fenomeno pop di Lady Gaga. Perché rimanere in un sottobosco underground e continuare ad affidarsi ai miracoli di Internet quando si può conquistare il palco per direttissima? Le premesse c’erano tutte: voce nella media, atteggiamento da dura, background rap, look sgargiante e molteplici paia di scarpe Jimmy Choo. Dopo anni di pellegrinaggi tra locali e piattaforme web, come tutte le moderne cenerentole dello showbiz, la Fortuna decide di baciarla. Duetta con nomi noti: Mariah Carey, Usher, Ludacris, Robin Thicke, Christina Aguilera, Beyoncé. Ed è lei la star. Nessuno sembra poter fare a meno del suo “tocco magico”. Poi arriva l’album, Pink Friday, che corona la sua visione del rap al femminile. Pop, molto pop, con quel tanto che basta di incitamento femminista, un pizzico di pruriti da club, trucco e parrucco da bambola. Come darle torto? Gradevole quanto basta a causare ascolti ripetuti, a far muovere i posteriori sul dancefloor, a risultare ammiccante e riflessivo e a consacrarla come la next big thing. Con Swizz Beatz chiama a sé l’Eminem migliore che le insegna come affilare la lingua in Roman’s Revenge, forse il pezzo migliore dell’album. Il suo sound furbetto e accattivante fatto di rimpasti, ricicli creativi e produzioni à la page, propone elementi tanto familiari che è quasi impossibile non cedere al suo incantesimo. Porta dalla sua parte addirittura Rihanna, in Fly, sfoderando la sua parte più morbida e R’n’B. Si lancia in crossover poco rischiosi, come quando usa campionamenti di Video Killed the radio Stars dei Buggles in Chek It Out, o di No More I Love Yous di Annie Lennox nel singolo Your Love. Dà sfoggio di una certa versatilità, sia quando si cala nei panni dell’MC in Lil Freak sia quando gioca la carta intimista di Dear Old Nicki. In cui parla con la se stessa di qualche anno fa, salutandola con orgoglio. Perché si può essere fedeli a se stessi e rimanere anonimi a vita. Si può essere, invece, mediamente talentuosi ma abili macchine da marketing e vivere il sogno. Non c’è nulla di male. Ma la musica, è un’altra cosa.

Sarà che in tempi duri la voglia di leggerezza è un sano diversivo, ma la critica, smarrendo la sua memoria storica, ha deciso di proclamarla salvatrice del rap. Andatelo a spiegare a una dall’incazzatura facile come Lil’ Kim. L’Ape Regina della East Coast, negli ultimi anni alle prese con dimenticatoi, cause, incarcerazioni e reality-show salva reputazione, non ci sta a perdere la corona. L’imitazione, dice, è la migliore delle lusinghe, ma un po’ di sana gratitudine non guasterebbe. E, per dimostrare la sua regale superiorità, si è liberata pubblicamente delle sue parrucche colorate, usate già nel lontano 1997. E si è esibita in una serie di show al vetriolo conditi da massime come: “È questione di rispetto. Se non mi rispetti, allora vaf*****o!”. Frase che, sussurrano i maligni, è indirizzata anche a P. Diddy, suo ex-manager ora santo protettore del suo odiato clone. È tutta questione di rispetto. E di stabilire le priorità. Ecco perché ha minacciato di trasformare il “Venerdì rosa” in “Venerdì 13”. Diventando il peggiore incubo dell’aspirante reginetta Nicki. A cui, in fondo, regala (in)consapevolmente ulteriore pubblicità. Per il rap in rosa, quello vero, bisogna cercare altrove. Ma per gli appassionati di soap opera, non è che il primo capitolo…

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