La foresta dei sogni

La foresta dei sogni

THE SEA OF TREESLo hanno definito, dopo lo sfortunato passaggio a Cannes 2015, il peggior film di Gus Van Sant. Una storia triste, stucchevole fino al grottesco, ricca di inutili cliché. Lontana, lontanissima dall’esplorazione poetica dei concetti di morte e mortalità in Restless, Gerry o in Last Days. Eppure sulla carta, La foresta dei sogni che porta sullo schermo la sceneggiatura filo-new age di Chris Sparling – sembra avere tutte le carte in regola per conquistarsi un posto d’onore nella filmografia del regista americano: il cast perfetto, uno scenario naturale maestoso e la storia semplice diversamente malleabile di un viaggio fisco e spirituale, con un bagaglio invisibile di sofferenza, dubbi, rimpianti. Pesante al punto da spingere Arthur Brennan (Matthew McConaughey), professore universitario di scienze, fino in Giappone, ai piedi del monte Fuji, tra gli alberi di Aokigahara, ovvero “la Foresta dei Suicidi”, un luogo in cui si entra per non uscire. Un luogo in cui la natura sembra essere leopardianamente matrigna e il dolore si fa pioggia, vento, carcassa, ferita aperta. Un purgatorio in cui la vita è sospesa, in attesa di (ri)valutazione, e rimessa in discussione dall’arrivo di un uomo smarrito e misterioso (Ken Watanabe), che con una semplice richiesta d’aiuto costringe il protagonista a un lungo e catartico walkabout.

poster_the_sea_of_treesEd è qui che, insieme alle intenzioni suicide di Arthur, Van Sant congela anche lo spettatore. I flashback che tentano di narrare le origini della sofferenza, ovvero il tragico epilogo di un rapporto matrimoniale provato dal tradimento e dall’alcolismo funzionale di una moglie (Naomi Watts) che ha il difficile compito di perdonare, non sanno creare sufficiente empatia. Le difficoltà del peregrinare in una foresta insidiosa non generano abbastanza orrore. Le parole, le troppe parole, non riescono mai a bilanciare la necessità di silenzi, di pensieri che si perdono in spazi aperti. Il cliché del materialismo occidentale alleviato dalla spiritualità orientale viene rinforzato da un senso di claustrofobia che tradisce la classica cifra stilistica e spezza il respiro del cinema vansantiano.
Con il risultato che, sul finale, Arthur avrà la sua catarsi ma allo spettatore resterà solo l’amarezza di non aver potuto realmente partecipare al suo viaggio.

 

La foresta dei sogni
Regia di Gus Van Sant
(USA, 2015, 110’)

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