Janis, di Amy Berg

Janis, di Amy Berg

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Al trentesimo minuto circa di Monterey Pop, documentario di D. A. Pennebaker del 1968, la telecamera inquadra il pubblico e si sofferma sull’espressione allo stesso tempo incredula ed estasiata di Mama Cass dei The Mamas & The Papas. Sul palco, Janis Joplin regala una delle più intense e ispirate versioni di Ball And Chain. Quell’immagine è il simbolo universale dell’effetto che fa una voce ruvida e lacerante, capace di penetrare il cuore e riempirlo di empatica sofferenza. Della reazione emotiva che investe chiunque ascolti la Joplin. La stessa reazione che spera di suscitare la filmmaker californiana Amy Berg, con il suo Janis, documentario – presentato in anteprima mondiale alla 72ma edizione del festival del Cinema di Venezia e nelle sale dall’8 ottobre – che arriva dove recenti tentativi di raccontare una delle più amate icone del rock hanno fallito, finendo inghiottiti da uno strano buco nero (Get It While You Can di Jean Marc Vallée con protagonista Amy Adams, per esempio, risulta ancora non pervenuto).

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Con l’appoggio della famiglia Joplin e un serie di contributi di musicisti e amici, da Grace Slick, ai membri di Big Brother & The Holding Company e Kozmic Blues Band, da Dick Cavett a Clive Davis, la Berg punta al cuore della storia, evitando la santificazione in cui è facile inciampare quando si parla di vite bruciate e non spentesi lentamente. Il suo è un viaggio lineare e composto che ha inizio a Porth Arthur, Texas, dove un’adolescente emarginata, ribelle e in fuga da un’educazione borghese, s’innamora del blues attraverso i dischi Odetta, Bessie Smith e Billie Holiday e scopre di possedere una voce in grado di portarne meravigliosamente a galla l’essenza. Dopo una tappa ad Austin, approda nella San Francisco di Haight-Ashbury, dove il folk-blues acustico lascia lentamente spazio al rock psichedelico e alla Summer Of Love nel cui spirito di libertà la ragazzina insicura si trasforma in un’artista piena di ombre ma in grado di generare luce.

Janis, tuttavia, non riesce a ritrasmettere la stessa luce. Costruito facendo fin troppo affidamento sul documentario di Howard Alk del 1974, “dilatato” con le lettere raccolte da Laura Joplin nel libro Love, Janis, affidate alla voce di Chan Marshall aka Cat Power (Gianna Nannini, nella versione italiana), e adornato di foto-ricordo private, racconta un’esistenza sempre in bilico tra romanticismo infantile e cupa solitudine, tra conquiste e dipendenze, conclusasi prematuramente per overdose nell’ottobre 1970, senza esplorare il tormento. Senza spiegarne l’arte o indugiare sulla musica, lasciando solo intuire il vuoto di un’anima con un viscerale bisogno d’amore, scegliendo accuratamente cosa dire e cosa tacere, sfiorando presenze e assenze, assimilando in modo semplicistico la donna e l’artista. Correndo più volte il rischio di ridurre una singolare e significativa vicenda umana e artistica a una delle tante, tragiche incarnazioni del dramma “sesso-droga-e-rock’n’roll”. Se non fosse per quei vecchi spezzoni di interviste, registrazioni ed esibizioni che da soli bastano a raccontano la loro verità, a mostrare un sorriso e un’esuberanza incontenibili da cui traspare una grande voglia di vivere e comunicare con il mondo, di ricevere un abbraccio globale di amore e accettazione.
Perché è la stessa Janis a salvare Janis.

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