The Divergent Series: Insurgent

The Divergent Series: Insurgent

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“Qualcuno mi spiega cosa sta succedendo?”. Mai una battuta di un film fu più appropriata.
Il capitolo centrale di ogni trilogia letteraria trascinata sullo schermo è sempre la più rischiosa. Perché ha l’arduo compito di tenere in equilibrio le funamboliche premesse del precedente e mantenere un stato di calma apparente ma comunque stuzzicante in vista dei fuochi di artificio riservati al finale (che sarà, come vuole un trend recente, diviso in due parti).

Nel caso di Insurgent – atto secondo della serie Divergent, tratta dall’omonima trilogia distopica young adult di Veronica Roth – si assiste addirittura a una rivoluzione, in cui qualche testa cade ma il sangue non scorre a fiumi. Neil Burger viene sostituito alla regia dal tedesco Robert Schwentke; alla sceneggiatura arrivano Mark Bomback, Brian Duffield e il premio Oscar Akiva Goldsman; il ritmo cambia con un solo fine: trovare un’identità nel tentativo di tenere sempre più lontano il paragone con un’altra, notissima trilogia, Hunger Games.
Allora si chiamano pezzi da novanta come Naomi Watts e Octavia Spencer da affiancare a una sempre più perfida Kate Winslet e ai giovani protagonisti per disegnare un action-movie femminista e più corale in cui, tuttavia, ogni buona intenzione porta al risultato opposto, ovvero a ribadire che la protagonista è una sola. E, infatti, Insurgent si apre con Tris Prior (Shailene Woodley), sfuggita alle lotte sanguinose di un mondo futurista e post-bellico ridotto a una Chicago divisa in rigide Fazioni, si nasconde insieme al fidanzato Tobias “Quattro” Eaton (Theo James), al fratello Caleb (Ansel Elgort) e al firenemy Peter (Miles Teller) presso i Pacifici guidati da Johanna (Spencer). Non vive bene la sua condizione di divergente, ovvero la sua non appartenenza a nessuna fazione (o adattabilità a tutte, dipende dai punti di vista) e le imputa la perdita delle persone a lei più care. Ma al momento deve preoccuparsi di una caccia all’uomo iniziata dalla spietata Erudita Janine (Winslet), che vuole un divergente per aprire una misteriosa e “antica” scatola.
Tris e i suoi compagni non hanno altra soluzione che la fuga, in un costante gioca di tradimenti, rovesci di fortune e alleanze (s)convenienti. Come quella con Evelyn (Watts), madre di Quattro e capo dei ribelli senza fazione, più interessata una guerra per il potere che alla lotta per la libertà.

Eppure tutti i temi e legami che avrebbero potuto spiegare e formare una mappa di orientamento per chi non ha familiarità con la storia della Roth, si riducono a brevi accenni. A momenti transitori che fanno da cornice al superamento del senso di colpa di Tris, più efficace quando viene esplorato all’interno della sua testa che al di fuori.
Schwentke tiene tutto al minimo, persino un po’ di rigenerante ironia e/o leggerezza, per esaltare l’azione e il dramma. Eccedendo nella voglia di spiegare l’umanità degli “eroi per forza di cose” con primi piani che, tra una lacrima e un occhio smarrito, evocano una sensazione di destabilizzante disagio. Negli attori come negli spettatori.

The Divergent Series: Insurgent
Regia: Robert Schwentke

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