Automata, ennesima distopia malriuscita

Automata, ennesima distopia malriuscita

Fantascienza. Futuri cupi, distopie, utopie, rapporto dell’uomo con le macchine. Raccontare il presente raccontando uno dei futuri possibili. In teoria in Automata ci potrebbe essere tutto questo, con qualche pregevole spunto. In teoria.

In pratica parliamo di un rimescolamento di cliché che più cliché non si può. La solita umanità distopica che ha distrutto l’ambiente, l’avvento degli automi per migliorare la vita umana, la solita parentela con Asimov (che non è di per sé un male, anzi, ma che se mal utilizzata fa solo innervosire), qualche argomento classico, ed ecco servito il luminoso polpettone fantascientifico con il tizio delle galline Banderas.

Automata-Film

La trama è semplice, risicata all’osso e senza approfondimenti: in una società dipendente dagli automi per gran parte dei lavori, un’umanità confinata in grosse città a causa di una desertificazione dovuta a catastrofi ovviamente create dall’uomo, alcuni automi violano la seconda direttiva; la prima è chiaramente quella che serve a proteggere gli esseri umani, la seconda – che impedisce loro di modificarsi o ripararsi – serve a evitare che possano evolvere.

Banderas-Jacq Vaucan è un assicuratore per la compagnia che produce questi robot, e incappa in alcune unità modificate dal comportamento anomalo. Da qui parte un’indagine per trovare l’artefice primo delle modifiche. Vi evito gli spoiler, anche se in effetti non c’è granché da dire.

L’approfondimento dei personaggi è praticamente nullo, sono tagliati con l’accetta, senza nessuna capacità di andare oltre allo stereotipo assegnato: c’è il cattivo cattivo cattivo che è stupido, il supermanager vecchio, ostile e misterioso, l’androide antropomorfo ma razionale, la dottoressa geniale che riesce a dire sì e no tre battute; ci sono poi le tante facce di Banderas: lui che piange, lui che urla, lui che cammina, che si ubriaca, che balla, lui che in mezzo al deserto radiattivo decide di fare una passeggiata a piedi senz’acqua e senza scorte…

I dialoghi di Automata fanno in effetti quasi rimpiangere quelli con la gallina Rosita, tale è la loro profondità. “Riportatemi in città” “Non possiamo signore” – “Riportatemi in città” “Non possiamo signore” – “Riportatemi in città” “Non possiamo signore” – ad libitum. Nessun legame logico tra le frasi dei protagonisti, né tra quello che succede nella storia.

In compenso, unica parte veramente riuscita è il contrasto tra umanità/urbanità buia e sofferente e automi/deserto luminosi e speranzosi; ben concepito, ben realizzato, peccato sia innestato su una trama debolissima e su una recitazione ancora peggiore.

Si intravedono i segni di quel che avrebbe tanto desiderato essere un film concettuale, pieno di silenzi significativi e ambientazioni sontuose, e che finisce per essere una cattedrale nel deserto fatta di semplici sterpi, evocazioni di trame che furono e che sarebbero potute essere.

 

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Livia Di Pasquale

Cominciamo col dire che sono arrivata fino alla mia veneranda età schivando accuratamente i tuoi capolavori. Ho una sequela di "mai visto" e "mai sentito" da fare impallidire Ray Charles. Di tanto in tanto qualcuno si mette in testa di "aggiornarmi" sulla filmografia mondiale, portandomi qualche dvd "imprescindibile". Di trascinarmi al cinema, tanto, non ci sarebbe verso. Troppa gente, rumore, il fastidio di non potermi alzare quando dico io o lanciare in aria il dvd urlando "pull" mimando una schioppettata.

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