The Congress

The Congress

The_Congress_Poster_Italia_01_midIn un futuro neanche troppo remoto la vita sarà un’allucinazione collettiva o l’allucinazione collettiva servirà a rendere migliore la vita?

Se pensate che sia stupido, o addirittura superfluo chiederselo, allora provate a calarvi nei panni di Robin Wright, o almeno della Robin Wright immaginata dal regista israeliano Ari Folman (e re-interpretata da se stessa con piglio kaufmaniano) in The Congress. Ovvero un’attrice quarantenne, icona del cinema anni Novanta sfuggita a ogni possibile stereotipo hollywoodiano difendendo gelosamente – e a caro prezzo, secondo alcuni – la propria libertà di scelta, tra pellicole indie e una vita lontana dai riflettori, che viene tentata da un’offerta (ir)rinunciabile dei potenti Miramount Studios: rimanere per sempre giovane e bella attraverso un sistema di scansione 3D che crea un avatar di proprietà assoluta degli studios.

Accettare sarebbe come vendere l’anima al diavolo, ma vorrebbe dire anche affrancarsi dal fardello di pressanti aspettative e dedicarsi completamente a un figlio malato. Robin, dopo lunghi tentennamenti, lo fa, e per lei inizia un viaggio nel futuro tra gli effetti collaterali del progresso tecnologico, in cui la libera scelta è una formula chimica da bere e l’immaginazione artificialmente indotta crea universi alternativi in cui si può essere chiunque.

E, anche in quella girandola di alterazioni lisergiche, visioni, fughe, catture, ibernazioni, incontri con artisti digitali e la spasmodica ricerca dei suoi figli, nei labirinti presenti dentro e fuori la sua testa, sceglie di rimanere se stessa.

Dopo Valzer Con Bashir, il toccante e crudo documentario animato sulle ferite mai rimarginate della Guerra del Libano dei primi anni Ottanta, Folman vola nel tempo che verrà, rielaborando l’idea già esplorata da Stanislaw Lem nel romanzo Il congresso di futurologia per confezionare una sferzante e poetica satira della società immersa in una desolante e annichilente solitudine, ossessionata dall’immagine, dall’immortalità, dalla scienza a servizio della vanità, popolata da teste che si credono pensanti ma da tempo schiave di un nuovo e più subdolo conformismo.

Nulla che non sia stato già esplorato in precedenza, servito tuttavia come un’avventura alterata e dilatata, che nell’animazione guarda ai fratelli Fleischher e ai colori pop di certe digressioni beatlesiane, e nel live action ricalca le atmosfere poco sature e le ombre delle visioni distopiche di un Alfonso Cuarón.

Avvincente come un giro su un sottomarino giallo e dolente come la sensazione di una imminente fine-non fine. In cui saremo tutti diversamente soli. Ma ancora in grado di trovare una via d’uscita. Alternativa ma possibile. Anche a costo di doverla fabbricare arrendendosi alla nuova (ir)realtà. Proprio come fa Robin Wright.

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