Lovelace

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Linda Boreman è solo una ventenne vittima di un’educazione restrittiva e di un “errore” del passato quando incontra Chuck Traynor, in quegli anni Settanta in cui la voglia di liberazione personale delle nuove generazioni entra in conflitto con l’ostinata reticenza al cambiamento delle vecchie. Dopo un matrimonio lampo e l’illusione di una felicità possibile, la realtà fa presto capolino e Traynor spinge Linda nell’abbraccio “artistico” di Gerard Damiano.

Nasce Linda Lovelace, la star di Gola profonda, il porno chic che ha ridefinito i confini di un genere, legittimandolo e commercializzandolo. Sei anni dopo Ms. Lovelace lascia il posto a Linda Marchiano, non più un ruolo, ma una vita reinventata, una madre e moglie suburbana i procinto di pubblicare un libro sui retroscena di un successo effimero, dietro cui si nascondevano percosse, ricatti e soprusi da parte di una marito carnefice. E furti finanziari.

Proprio da quel libro, Ordalia, muove i passi il biopic degli ex documentaristi Jeffrey Freidman e Rob Epstein, nel tentativo di restituire l’immagine esatta di un personaggio diventato, suo malgrado, simbolo di qualcosa che non si sentiva di rappresentare.

A differenza del documentario di Fenton Bailey e Randy Barbato, Inside Gola profonda, che aveva esaminato il successo e il lato oscuro della realizzazione e diffusione del film, Lovelace si concentra sulla figura umana di Linda, scegliendo un approccio narrativo per flashback nel ricostruire il punto di vista di Linda, la sua “voce”. Per diventare la contrapposizione di due punti di vista, quello del comune “spettatore”, in una prima prima parte che dipinge la gioia apparente, la libera scelta, le seduzioni del mondo del cinema hard di cui di cui Linda Lovelace diventa il simbolo fisico, ammiccando a Boogie Night senza tuttavia catturarne la bellezza. E quello della protagonista, che rovescia la medaglia e apre uno squarcio sulla cruda e triste storia di una donna usata e abusata, costretta dall’uomo che ama a entrare in un mondo che odia. Condannandolo e riducendo la liberatoria rivoluzione sessuale dell’epoca a null’altro che pornografia via oppressione, a ciò che ha definito più volte uno stupro su schermo.

Alle intenzioni, tuttavia, e alla buona interpretazione di Amanda Seyfried e di un perfetto Peter Sarsgaard, non corrispondono le (re)azioni, sempre piuttosto timide e sottotono, mai coraggiose, mai capaci di indagare a fondo nella psiche della protagonista, riducendola paradossalmente a un automa. Con l’ambiguo risultato di creare una sorta di fiction in due parti per la TV che non ha mai il coraggio di farsi film.

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