Julie London, la donna col sesso nella voce

Julie London, la donna col sesso nella voce

Per colpa di una strana e fortuita combinazione, un’etichetta europea che si occupa di jazz e musica vintage – la Real Gone – ha messo a disposizione, in due cofanetti da quattro CD ciascuno e a un prezzo ridicolo, i primi sedici album di quest’artista (che da noi non ha mai avuto un grosso seguito se non tra gli appassionati di buona musica): stiamo parlando di Julie London, al secolo Gayle Peck, nata nel 1926 e morta nel 2000.

Come cantante nasce nel 1955 proprio con il pezzo che le porterà più fortuna, Cry Me A River, che ora è considerato uno standard, ma che fu lei a portarlo al successo dopo il rifiuto della Fitzgerald di cantarlo: si dice che dopo averlo sentito dalla London ebbe non poche crisi isteriche e se ne riappropriò subito ma era troppo tardi, infatti in America il pezzo viene identificato spessissimo con lei.
Julie prima del 1955 aveva recitato in vari film di medio successo, e dopo aver chiuso la carriera di cantante nel 1969 fu proprio la TV a darle riscatto con il ruolo dell’infermiera di pronto soccorso Dixie nella serie Emercency. La serie durò per ben sette stagioni dal 1972 al 1979 e le fruttò diverse nomination agli Emmy americani.

Durante i suoi 14 anni di carriera discografica, incise per la stessa etichetta la Liberty, la bellezza di almeno 35 album e svariate raccolte, non a caso fu spesso chiamata Liberty Girl.
Julie aveva una voce bassa e morbida, resa languida da anni di sigarette, una figura a clessidra (era alta 1,60 e portava la 5° di reggiseno) e se aggiungiamo all’equazione i suoi occhi verdi ed i capelli tra il biondo ed il rosso si capisce perché era una combinazione assolutamente esplosiva per l’epoca. Il tutto poi in contrasto con il carattere schivo e timido della  London come persona.
Un episodio famoso è quello in cui, negli anni settanta, durante uno show televisivo, mostrarono un pezzo di uno show registrato in Giappone (dove la London a differenza della nativa America ha sempre venduto parecchio) dove, durante l’esecuzione di un pezzo,  anziché cantare normalmente di fronte al pubblico cantava schiena a schiena con il suonatore di contrabbasso, e le fecero notare quanto fosse sensuale ed inusuale. La London vistosamente arrossita balbettò “Oh mio dio io ho fatto questo?”.
La stessa cosa probabilmente l’avrà detta dei suoi ultimi dischi, dove la casa discografica le aveva fatto cantare dei pezzi assolutamente improponibili; ma Julie con la sua inarrivabile classe, riuscì dove altre cantanti avrebbero fatto probabilmente solo ridere, infatti rese sexy e credibili  canzoni come La Marcia Di Topolino o Yummy Yummy Yummy.
Giustamente veniva chiamata “the woman with the SEX in her voice” e gli inglesi che si solito sono parecchio bacchettoni chiamarono così una sua raccolta negli anni 60.

 

Altro segno distintivo, di quella che spesso veniva nominata Liberty Girl, erano le copertine dei suoi dischi: all’epoca ebbe non pochi problemi con la censura e fece zompare non poche coronarie con il suo misto di innocenza, sesso ed ironia; e se considerate che all’epoca non esisteva ancora Photoshop,  si poteva contare solo sulla modella le luci ed il fotografo. Una collega parlando di lei disse “ha curve in posti dove le altre donne non hanno nemmeno i posti” cosa che poi venne ripresa anche per Marilyn Monroe.

Nonostante all’epoca incidesse spesso con l’ausilio di orchestre relativamente famose, i suoi dischi migliori risultarono invece quelli fatti con un ensemble più scarno, spesso limitato alla sola chitarra e contrabbasso, come ad esempio i due volumi di Julie Is Her Name, prima e seconda parte del 1955 e 1958 rispettivamente.
I suoi dischi entrarono regolarmente nella parte alta della classifica americana proprio in quel triennio, per poi riaffacciarsi solo nel 1963 con quello che viene considerato il suo disco migliore The end Of The World anche se solo al n°127.
Nella sua carriera ha cantato innumerevoli standard facendoli suoi con la il suo modo elegante e sensuale di interpretare le canzoni, e fu una delle prime a fare una cover dei Doors: la sua versione di Light My Fire è un qualcosa di inarrivabile.

Moltissime cantanti le devono molto, e tra quelle che si sono ispirate a lei l’unica ad averlo detto immediatamente e ad averla omaggiata con una splendida versione di Cry My A River è stata Alison Moyet, mentre persone come Michael Bubblè che dichiara di ispirarsi a Sinatra saccheggia repertorio e arrangiamenti del materiale della London a piene mani da anni.

 

 

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