Sole a Catinelle

Sole a Catinelle

Sole_a_catinelle_poster_ufficialeL’ottimismo è il sale della vita, diceva qualcuno. In tempi di asprezza e ristrettezze, l’ottimismo diventa il mantra che salva la vita. O almeno salva quella di chi lo ripete tutte le mattine. Come Checco (Checco Zalone), portiere d’albergo riciclatosi in “imprenditore” (leggi: venditore) ramo pulizia della casa (leggi: aspirapolveri), che sfida la crisi a colpa di buonumore, positività e desideri da soddisfare, anche quando il castello di carte gli crolla addosso portandolo a una dura separazione con la moglie Daniela (Miriam Dalmazio), operaia tessile in protesta contro l’imminente chiusura della fabbrica, e alla necessità di dover mantenere la (costosa) promessa di una vacanza indimenticabile al filgioletto Niccolò (il bravissimo Robert Dancs).

Sole a Catinelle, terza prova cinematografica dell’accoppiata Zalone-Nunziante, è un viaggio circolare on the road che parte e finisce in un’algida Venezia, sfiorando i paesini remoti del Molise, in cui il tempo si è fermato a metà anni settanta, adagiandosi sulle sempre floride colline senesi, e ripiegnado sulle sempreverdi località marittime esclusive della Liguria, una favola che celebra zalone-style l’ostinata gioia di vivere in tempi duri e incerti. Il cui protagonista è il perfetto prodotto di vent’anni di berlusconismo, privo di una qualsiasi ideologia che non sia quella di “fare soldi”, grottesco quanto basta e mai troppo cinico, con un’ironia estemporanea ma mai tagliente.

Con questa sua insistenza a rimanere positivo e con l’ ideale di amore nel cuore, incrocia una serie di maschere, i ruoli e i cliché di una società che tenta di deridere e demolire senza troppa cattiveria, da giovani di buona famiglia sempre innamorati degli ultimi trend filosofico-salutisti, artisti concettuali, esponenti di una sinistra anacronisitica, psicologi tutta teoria e zero pratica, esponenti dell’altissima borghesia impegnati in eventi di beneficenza-pettina-ego e oscure manovre finanziarie e speculazioni d’ogni sorta, industriali che affilano le proprie armi su campi da golf e yacht, ma anche superstiti di una realtà che ha lasciato indietro zone del Paese.

Nonostante le intenzioni – e la maggiore coesione della storia rispetto alle prove precedenti – Zalone imbastisce gag, spesso troppo prevedibili, con un filo troppo sottile, sempre sul punto di spezzarsi sotto il peso di una certa ovvietà e dell’eccessiva presenza di riempitivi, compresi i soliti commenti “sonori” composti da “Zalone il musico”, qui piuttosto invadenti e superflui, ma tenuto saldo da un generale disincanto che riempirà le sale e strapperà sorrisi.

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