Bling Ring

Bling Ring

bling-ring-posterA Sofia Coppola è sempre piaciuto raccontare il mondo dell’adolescenza, da Il giardino delle vergini suicide a Somewhere, intrufolandosi nei meandri di solitudini e umori da angolazioni insolite. Con Bling Ring le intenzioni – almeno in apparenza – sono le stesse. Abbiamo una storia vera, già raccontata in un articolo di Vanity Fair, The Suspects Wore Louboutins, della giornalista Nancy Jo Sales, quella di un gruppo di teenager di Calabasas, città della contea di Los Angeles in cui risiedono molte star, che, per ingannare il tempo, darsi un tono ricoprendosi di inarrivabili abiti di lusso e colmare voragini emozionali o semplicemente soddisfare capricci in modo avventuroso, decidono di derubare le dimore di celebrità come Paris Hilton, Lindsay Lohan, Orlando Bloom e Megan Fox. Per un bottino di circa 3.000.000 di dollari, da sfoggiare con moderazione a un party, un provino o una session fotografica per Facebook.

Per portarla sul grande schermo la Coppola usa la telecamera come un occhio il più possibile neutrale che racconta senza dare giudizi, creando una sorta di distacco emotivo con i personaggi che, per usare le sue parole, sono “legati tra loro non da una vera intimità, ma semplicemente dal desiderio di possedere gli abiti o gli accessori delle star idolatrate. Allo stesso modo auspico che lo spettatore non entri in intimità con loro”. E così nasce un film che potremmo facilmente definire un horror, senza spargimenti di sangue o teste mozzate, ma altrettanto agghiacciante, perché fotografa un presente apparentemente senza speranza, incarnato dai volti giovani e freschi, moderatamente angelici di Emma Watson, Israel Broussard, Katie Chang, Claire Julien, Taissa Farmiga e Georgia Rock.

Un film che celebrazione/dissacrazione della bling culture, un filone “deviato” della pop culture, quella che cerca l’abbaglio fine a se stesso che si nutre di miti per imitarne la confezione ignorandone la sostanza, che insegue avida i canonici quindici minuti di celebrità, che non punti di riferimento in famiglia – famiglia diversamente distratte da altri miti prefabbricati, più spirituali ma ugualmente totalizzanti. E prendono, tutto ciò che possono, senza chiedere permesso, senza curarsi di quale legge infrangono, senza curarsi delle conseguenze. A meno che non si tratti di fama. È la società contemporanea, in cui certe pulsioni vengono esasperate dall’eccesso della condivisione, da legami virtuali e grandi solitudini reali, e pure nella sua neutralità Sofia Coppola mette a nudo le ferite. Senza paura, che per un perverso paradosso, si scateni un effetto emulazione. In fondo il suo Bling Ring ha uno scopo educativo. “Forse lo definirei un monito. Ho cercato di raccontare la storia in modo che chi la guarda possa farlo dal punto di vista dei ragazzi, scoprendo quanto sia divertente ed eccitante, per poi alla fine assumere un’altra prospettiva e capire che loro si sono spinti davvero troppo oltre”. Basterà?

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