Le Streghe di Salem

Le Streghe di Salem

locandina le streghe salemTremate, tremate… la musica del diavolo è tornata. Con un mantra stridente, quasi atonale, probabilmente inciso con la tecnica di registrazione binaurale per indurre profondi stati di trance. A suonarlo, I Signori, una “band” di streghe che a distanza di cinque secoli dall’estinzione tra le fiamme tornano nella storica cittadina di Salem, in Massachussetts, per mettere in scena la tremenda vendetta. La vittima designata è Adelheid Elizabeth “Heidi” Hawthorne (Sheri Moon Zombie), DJ radiofonica e discendente del loro antico torturatore, a cui la malvagia congrega fa recapitare un misterioso vinile il cui ascolto provoca malesseri e strane allucinazioni. Ad Heidi come a tutte la popolazione femminile della città.

Le Streghe di Salem, nuova prova da regista di Rob Zombie e adattamento del suo omonimo romanzo, prova a ritrovare la dimensione meno favolistica e più terrificante del mito delle streghe, preferendo (in)volontariamente dare un calcio ad azione e concitazione e offrire, estraendoli dal mucchio di cliché de genere, tre diversi livelli di lettura. Almeno allo spettatore che decide di non addormentarsi a metà pellicola e di trafiggere le ovvie apparenze di una storia eternamente adagiata nella sua intrigante premessa.

Il primo, quello più ovvio, è che il satanismo-come-lo-abbiamo-sempre-conosciuto è ormai un concetto abusato e privo di mordente, come dimostra una sceneggiatura scientificamente prevedibile e disseminata di litanie e invocazioni, tanto blasfeme quanto risibili, il cui effetto collaterale è quello di evidenziare le similitudini di culti diversamente assoluti. Ogni culto, nessuno escluso, si regge su un’impalcatura di regole e costrizioni, riti e illusioni, predicando un libero arbitrio che, in realtà, è un evanescente miraggio.
Il secondo, quello più intrigante, è il doppio parallelismo sonoro-visuale: la patina vintage, i colori freddi che avvolgono la storia, nel suo lento incedere scandito da quel loop ossessivo e ronzante, intervallato dalla frenesia lisergica degli stati allucinatori che alternano musica classica e Velvet Underground su un’estetica quasi pop da prima MTV.
Il terzo, quello che lascia il messaggio aperto all’interpretazione, sembra volere aprirsi alla possibilità che tutto sia conseguenza delle scelte umane, derive comprese, come dimostra il lento e riluttante scorrere abbandonarsi alle tenebre della protagonista, intorno alla quale c’è solo una desolante realtà. Che spesso è anche più horror della fantasia. Sarà per questo che il satanismo, almeno quello cinematografico, non sciocca più?

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *