Come Pietra Paziente

Come Pietra Paziente

come-pietra-paziente-locandina-italianaLa parola, oltre a essere la migliora terapia, è la miglior vendetta. Soprattutto quando la società te ne priva, quando ti costringe a una silenzio che monta e si dilata fino a schiacciarti con le spalle al muro.
La parola è la chiave della liberazione. Soprattutto quando si ha la (s)fortuna di trovare la magica “pietra paziente”, quella che nella tradizione popolare afghana è il recipiente che assorbe dolori, parole e segreti della persona disposta a sussurrargliele, liberandola.
Una particolare syngué sabour è al centro del racconto di Atiq Rahimi, scrittore e regista afghano, che porta sullo schermo il suo romanzo Pietra Paziente (edito in Italia da Einaudi), premio Goncourt 2008. Un corpo, quello di un “eroe di guerra” (Hamidreza Javdan) colpito al collo da un proiettile che lo lascia in vita ma immobilizzato sul pavimento e impossibilitato a muoversi o a parlare. Un corpo accudito amorevolmente dalla giovane e bella moglie (Golshifteh Farahani), che gli rimane accanto mentre l’eco della guerra è sempre più netto e le bombe continuano a sgretolare una Kabul già in macerie. Il suo silenzio sottomesso inevitabilmente si compone in preghiera, sussurrata con un filo di voce che, giorno dopo giorno, pena dopo pena, dovere dopo dovere, imprevisto dopo imprevisto, si fa timbro stentoreo, incisivo, dirompente, che sprigiona un fiume in piena di segreti, angosce, ricordi, rancori, confessioni. E rompe, non solo metaforicamente, le maglie strette di una società e una cultura che relega la donna a un ruolo costantemente subalterno e mortificante in cui non sembra esserci spazio per null’altro che un’annichilente solitudine. Rahimi, che per la sceneggiatura ha preso a prestito la penna dell’amico Jean-Claude Carrière, anche in immagini riesce a raccontare la stasi, l’immobilità di una stanza, come di un’intera società, in cui due vite fanno i conti, lasciando che il mondo esterno venga ricreato con pochi, decisi tratti lasciando il resto all’immaginazione. L’incedere lento e il piglio teatrale, la latente meditazione religioso-filosofica, la delicatezza delle inquadrature concentrate sul volto della giovane moglie e madre, fanno da perfetta cornice a un lungo e toccante monologo che diventa un sofferto e salvifico proclama di emancipazione. Nonostante l'(in)atteso epilogo.

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