Roan Johnson e I Primi della Lista. Un’intervista.

Roan Johnson e I Primi della Lista. Un'intervista.

Si chiama Roan ma è italiano, è nato a Londra ma parla pisano, scrive sceneggiature, libri e dirige film. La sua ultima fatica si chiama I Primi della Lista, ed è un piccolo gioiello di commedia, anche se non troverete neanche una ragazza in tutta la storia, tutt’al più Claudio Santamaria (e scusate se è poco!). Ha studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia (e lo consiglia a tutti!) seguendo il corso di sceneggiatura, ma poi, complice Paolo Virzì, s’è dato alla regia (e alla letteratura).
I Primi della Lista parla della storia surreale che hanno vissuto tre ragazzi nell’estate del 1970, e inizia il 1 giugno. Era un periodo pessimo, per l’Italia: gli scontri tra fascisti e comunisti diventava aspra, scoppiavano le bombe e “anni di piombo” era la definizione più calzante si potesse trovare. I tre ragazzi (Pino Masi, il cantautore, Fabio Gismondi e Renzo Lulli) legati all’estrema sinistra hanno una soffiata: i fascisti stanno per fare un colpo di stato. Ovvio che loro, cantanti, giovani e di sinistra, sarebbero stati “i primi della lista” ad esser incarcerati. Da qui si snoda la vicenda che li porterà a diventare, ben presto, la “leggenda” pisana per eccellenza. La sceneggiatura è dello stesso Renzo Lulli, candidato ai Nastri d’Argento 2012.

Abbiamo incontrato Roan Johnson alla proiezione del Kino Village e questo è quello che ci ha raccontato. La prima parte non è un’intervista, ma la presentazione -prima- e il dibattito -poi- del film nell’arena del Kino. Al suo racconto si aggiungono quelli di Claudio Santamaria, che interpreta Pino Masi, e il giovane Francesco Turbanti, che interpreta Renzo Lulli. La seconda parte è un’intervista telefonica che ci ha gentilmente concesso. Roan è gentile, spiritoso, preparato e franco. Da tenere d’occhio e consiglio, davvero, vedere il prima possibile I Primi della Lista. Non ve ne pentirete.

La presentazione

Roan Johnson– Devo dire questo che noi siamo molto orgogliosi e onorati di essere qui, all’arena estiva del Kino, perché il Kino è una sorta di oasi e fortezza o antenna e parafulmine del cinema indipendente italiano e non solo. E quindi essere qui è un po’ come tornare a casa dopo un lungo peregrinare: siamo partiti ad ottobre dal festival di Roma e poi siamo andati un po’ in giro per il mondo e l’Italia e quindi aprire la stagione estiva in questa arena ci sembra un bel momento. E siamo anche contenti perché il film, nonostante sia passato un anno da quando è uscito, due anni da quando l’abbiamo girato e cinque anni da quando l’abbiamo pensato, viene visto. Siamo alla settantaduesima presentazione ed è il più grande attestato di stima che si possa fare a me e al film. Grazie ragazzi sono commosso per la vostra testardaggine!
Illumino l’artigiano della parola” (qui c’è bisogno di una spiegazione. La prima serata dell’arena è come una qualsiasi prima serata. Quindi, tante cose da finire e da aggiustare. In particolare, quella sera mancava una luce che illuminasse gli ospiti, ovvero Roan Johnson, Claudio Santamaria e Francesco Turbanti. Quando Roan dice che “illumina l’artigiano della parola” intende dire che utilizzerà la lucina di un cellulare per illuminare Claudio Santamaria -aka il Masi, artigiano della parola. ndr)

Claudio Santamaria: Buona sera, sono qua e sono molto contento. Tengo molto a questo film, come un bambino, perché questo film è stato distribuito poco e male secondo me, invece ha in sé le qualità per essere un film anche popolare, perché è una commedia come quelle che piacciono a me. Nel senso che non strizza l’occhio alla commedia: le situazioni non sono costruite per far ridere ma in questo è stato molto bravo Roan. Benché io sia l’artigiano della parola, alcune situazioni rischiavano di sfuggirci dalla storia, nel senso che quando si trovi davanti della materia divertente, l’attore la fa una volta, due volte e la terza volta l’attore strizza un po l’occhio alla commedia. Roan è stato sempre attento a questo: ci riportava sempre alla verità di quello che stavamo facendo e è questa la commedia che preferisco fare. Gli attori sono seri, gli attori credono in quello che fanno non, come dire, “cazzeggiano” . Chiudo qua altrimenti rischio di strizzare l’occhio alla retorica.

Francesco Turbanti: non so proprio che dire meglio se mi fate delle domande.

Roan: quanti provini hai fatto a) per provare il Masi e b) per provare le cento scene del film?

Francesco: questo film io l’ho iniziato tre anni e mezzo fa. Era Natale, io e il povero Cioni abbiamo fatto un anno di provini e non riuscivamo a trovare l’artigiano quando poi l’artigiano si è manifestato nella sua artigianeria: ci ha dimostrato tutta la sua arte e maestranza e quindi abbiamo fatto il film. Dopo un anno e mezzo di provini, poi non si doveva fare più e poi siamo andati a Pisa e a Matera.

Roan: … A Cuneo ci sono dei posti che sembrano proprio Pisa!

Francesco: alla fine ci siamo divertiti.

Intervistatore: il film è tratto da una storia vera?

Roan: Sì. Il film è tratto da una storia vera che è una sorta di leggenda metropolitana che gira per Pisa a cui io stesso non credevo tanto, e invece quando poi mi è arrivato questo racconto in prima persona di Renzo Lulli… la storia, che in alcuni momenti sembra troppo paradossale e troppo surreale, vi assicuro che è andata praticamente così. Forse l’unico cambiamento che abbiamo fatto è che l’abbiamo, in qualche modo, normalizzata. Quindi quando vedrete scene strane sappiate che è andata proprio così.

Il dibattito

La sceneggiatura di Lulli è arrivata a Roan Johnson tramite il figlio di un amico dei tre protagonisti.

Roan : Ero in un momento di una vita felice dove potevo leggere qualsiasi “cazzata”, così ho detto : va be’ lo leggo. Lo leggo e mi stupisco. E’ scritto con stile, con ironia e leggerezza! Vado lì e gli dico complimenti e mi dice non l’ho scritto io l’ha scritto Renzo Lulli che è un suo amico! E che gli aveva raccontato varie volte questa storia. Appena l’ho letta ho detto questa è veramente una storia bella perché ha dentro di sé un dono raro che è quello di raccontare un periodo storico che fino ad ora siamo abituati ad aver visto con una certa drammaticità se non retorica. Questa invece di per sé è una storia buffa e in più racconta un periodo particolare: appena dopo Piazza Fontana, dove si affacciano già tutte quelle ombre che poi saranno quelle della strategia della tensione, della bomba a Piazza della Loggia e insomma una sorta di guerra civile che poi si è avuta in Italia. E però lo fa riuscendo a prendersi un po’ per il culo. Però, pensavo, secondo me questo film non ce lo faranno fare mai. Non c’è una donna a pagarla oro. Quindi facciamoci un documentario e ci siamo messi a scrivere un progetto di documentario abbastanza dettagliato che seguiva tutta la storia, dall’atmosfera e humus di Lotta Continua pisana e del movimento studentesco. Facciamoci un cofanetto, ma poi il produttore ci chiama e ci dice: “ragazzi questa storia va fatta! Ma chi se ne frega del documentario, facciamoci un film!”. Sono convinto che se fossimo arrivati con il soggetto dicendogli facciamoci un film mi avrebbe detto no. Invece l’abbiamo preso di contropiede. Così è come è partita la storia.

Il rapporto con i tre protagonisti (veri) della storia non è stato facile.

Roan: il rapporto con i personaggi storici ha una sua scala di intensità. La prima è Renzo Lulli che aveva già metabolizzato la storia, era riuscito a non prendersi in giro, infatti ha collaborato con noi, ha firmato il soggetto con cui è stato nominato ai Nastri d’argento e quindi abbiamo avuto sempre un rapporto abbastanza buono anche se mentre si scriveva la sceneggiatura non capiva certe cose, ma tendenzialmente tutto a posto.
Il Gismodi sono andato a parlarci un giorno: era ad un mercatino, vende delle strane maschere, delle cose di antiquariato esotico e gli dico senti noi vorremmo fare forse questo documentario forse questo film e lui mi dice guarda facci pure il film basta che non mi fai vedere mai in faccia, cambia il nome perché a me già mi hanno preso per il culo per una vita, ci manca solo…
Poi c’è il capitolo Pino Masi che è il più problematico di tutti. Andiamo a Pisa una sera gli offriamo una pizza e ci parliamo. Ci sediamo e gli offriamo questa pizza e gli dico: “senti ma quella volta in Austria?”. Ma lascia perdere, ti ho mai detto io di quando ho fatto la colonna sonora per Pier Paolo Pasolini? Si, ma te la ri-racconto meglio e giù mezz’ora a parlare di P.P.P. Alla fine si mette a piangere, noi in imbarazzo e insomma siamo stati sei ore per arrivare alla conclusione che lui in Austria voleva andare perché conosceva delle ragazze… Negazione totale. In realtà poi hanno visto il film tutti e tre in momenti diversi, e si sono commossi. Fabio Gismondi si è prestato a fare la fine, ha lasciato il nome ed è stato molto contento e anche noi siamo contenti che i tre abbiano apprezzato.

Si sono incontrati alla fine della prima pisana.

Roan: Sì, c’è stato un momento topico quando dovevano venire tutti e tre al Festival di Roma e ad un certo punto si era prospettata la magica prospettiva che venissero tutti e tre in macchina da Pisa a Roma… al che Gismondi ha detto :”col cazzo, io prendo il treno! e non ne voglio sapere”. Poi Pino Masi non è riuscito a venire perché aveva degli impegni. Sta di fatto che poi arriviamo alla prima pisana che era il momento in cui Pino doveva venire, però vedo squillare il cellulare e vedo scritto Pino Masi rispondo ed era la sua compagna che mi dice guarda Pino è a letto, era mezzogiorno e mezzo, non vuole alzarsi dal letto non vuole venire è depresso e non ne vuole più sapere. Ma perché? Perché ha letto l’articolo, la recensione su Repubblica e allora io dico: “ci hanno dato quattro stelle e mezzo non è mai successo di solito lo danno che so a Scorsese a Inception!” e lo so, però nell’articolo del film ne parla bene ma dice che lui è un po’ paranoico. Insomma, delle due l’una: o non è mai andato in Austria o non è paranoico! Alla fine abbiamo fatto un giro di telefonate ed è venuto. Durante l’audizione a Pisa io ho chiesto al Guelfo (un vecchio compagno del Masi di Lotta Continua, padre della persona che ha fatto arrivare a Roan la sceneggiatura del Lulli) di fargli una visione accompagnata… s’è messo lì accanto e ogni tanto, nei momenti di silenzio, si sentiva il Pino che diceva: “ma io però quella cosa li non l’ho detta!”. Alla fine lui è sceso anche a cantare. Abbiamo fatto una cena insieme con i tre protagonisti veri e c’erano delle gag tra Gismondi e Masi meravigliose perché loro continuano a prendersi per il culo come avete visto, insomma diciamo che la boutade continua.

A proposito del budget previsto per il film, il modo migliore per definirlo è “etnico”. Leggete perché.

Roan: All’inizio, quando siamo andati da Carlo degli Esposti e lui ha detto che questo film è troppo ganzo, fa ridere e si deve fare, era partito col dire “facciamo una roba molto etnica” e questa è diventata la definizione del budget: etnico. Cioè l’idea era questa: voi andate a Pisa, tu trovi quello che fa i filmini ai matrimoni dei tuoi amici e gli fai fare il direttore della fotografia, quello che va ai concerti e ai quiz gli fai fare il fonico e poi trovami tre attori, tre disgraziati che vogliono fare questa roba per il cestino pausa pranzo. E questa è stata la mia fortuna e la fortuna del film, nel senso che io sono andato a Pisa e ho fatto un provino a trecentocinquanta ragazzi tra i diciassette e trent’anni ed ho trovato Cioni e Turbanti che probabilmente forse non avrei mai trovato altrimenti. A volte sembrava un po’ la Corrida questo casting ma poi ho trovato Cioni e Turbanti, che sono tutti e due attori teatrali, e ho capito che erano perfetti per fare i due ragazzi. Non riuscivo a trovare il Masi perché è un ruolo un po’ più difficile perché ha un’ambiguità: deve essere un leader ma deve sembrare anche un po’ coglione. Avendo trovato loro due abbiamo pensato di trovare uno un po più grande, già addestrato, e devo dire che Claudio è stato fondamentale in questa alchimia perché si è messo a servizio del film ed ha aiutato anche gli altri due moltissimo.
La prima scena che abbiamo girato è quella al confine perché tra l’altro noi giravamo a novembre e doveva sembrare estate, e giravamo a 1500 metri di altezza, insomma era importante realizzarla prima che nevicasse, e poi ha nevicato, e lui, quando abbiamo fatto il montaggio del suono, lui non parlava: muoveva le labbra ma non usciva il suono perché era emozionato! Era sul set per la prima volta che e Claudio è stato veramente bravo a metterli a loro agio e a fargli anche da spalla nei primi momenti, cioè si è messo proprio al servizio del film e infatti sono migliorati e insomma è stato proprio bello.

Trovare Claudio Santamaria insomma si è rivelato un bel colpo. Ecco come Roan è riuscito ad inserirlo nel progetto.

Roan: era il 2010, oddio paura, ci mancava l’attore protagonista e dovevamo iniziare a girare. Ad un certo punto guardiamo varie foto, e chiamo una mia amica un’attrice che forse ha il contatto di Santamaria e lei mi dice: “guarda Claudio in questo momento è in vacanza in una località sconosciuta e segreta e ha detto di mandargli una email”, allora gli mandiamo questa email lunghissima, tipo due pagine, dove gli spieghiamo tutto il progetto (la scrivo con il mio sceneggiatore, la faccio rivedere alla mia fidanzata) e gliela mando, lui si interessa e dice mandami la sceneggiatura allora panico, rivediamo la sceneggiatura ultima versione e gliela mandiamo e dicono va bene fissiamo un appuntamento e ci incontriamo dal produttore, facciamo la riunione e comunque non era un provino mio a Claudio, ma era il provino di Claudio a me. Quindi ho chiamato i ragazzi Cioni e Turbanti che provavano da mesi ed ho capito che si poteva fare.

Il film alla fine si è fatto. E Roan ci ha concesso un’intervista telefonica dove abbiamo parlato un po’ più di lui e del suo lavoro.

VJ– Hai studiato al Centro Sperimentale. Tra i selezionatori hai trovato Paolo Virzì. Tu ti sei iscritto al corso di sceneggiatura, ma poi sei finito a fare (anche) il regista.
RJVirzì è stato uno dei miei tutor e che mi ha selezionato. Anche lui è entrato come sceneggiatore, e poi ha inziato a dirmi: “tu devi fare il regista” e quando gli capitò di mettere su il film 4-4-2 mi ha voluto inserire; per fiducia, simpatia e forse perché ho avuto una storia simile alla sua. Io ho sempre avuto voglia di spaziare.

VJ– Sei rimasto nel ruolo di regista, ma hai continuato a scrivere.
RJ- Non è stato lineare. Dopo quella prima esperienza ho pensato chi me l’ha fatto fare e ho deciso di scrivere: da solo, libero e autonomo, mentre quando fai il regista sei dentro un meccanismo più grande di te, quindi hai spesso la sensazione che tutto vada oltre la tua volontà. Poi mi sono stancato anche della lunga maratona in solitario. Ora ho un romanzo, insomma mi piacerebbe fare entrambe le cose.

VJ– A proposito del tuo primo film, I Primi della Lista, quali sono stato le maggiori difficoltà che hai incontrato?
RJ- C’è stata una sorta di battaglia sul film, che trattava temi scottanti e delicati: dalla scrittura al montaggio ci sono state lotte, durante il montaggio anche un epico scontro dialettico tra me e il produttore. Sicuramente, in fase di scrittura, la parte più difficile è stata l’inizio: è difficile tenere una premessa drammatica per una commedia e dovevamo dire molte cose in poco tempo. Poi, durante le riprese, giravamo a novembre e dovevamo far finta fosse giugno, ma ha nevicato poco, siamo stati fortunati!

VJ- Gli attori.
RJ- I 2 attori della prima esperienza casting a Pisa, Cioni e Turbanti, avevano già studiato e lavorato nel teatro, fuori dal cinema. Per me è stato un valore aggiunto: con loro c’erano freschezza e immediatezza. In più c’era una sorta di riconoscimento con lo script: erano due ragazzetti sconosciuti che vanno da Masi, come loro si son trovati a lavorare con Santamaria.

VJ- Con I Primi della Lista ha dimostrato che è possibile fare un film senza donne!
RJ- Il problema è stato che la produzione era rammaricata da questa cosa. La natura della storia era tale che inserire forzatamente una donna era un tradimento di quello che stavamo andando a raccontare. Abbiamo provato a resistere. In sceneggiatura c’era questa richiesta, più donne più donne e alla fine ero riuscito a convincere tutti dicendo che avremmo fatto più telefonate. Abbiamo poi tagliato le scene delle telefonate,perché dovevamo snellire. Insomma, non c’è mai una donna, a parte la mamma. E non so se me lo faranno mai rifare. Spero che il prossimo film sia solo con donne! Non era una scelta, era la storia che non lasciava spazio. Io sono per dare rispetto alla storia, di quel cuore li, che ti ha portato il racconto. Se forzi sbagli, e io ho tenuto la barra dritta.

VJ- Hai fatto cambiamenti rispetto alla storia originale?
RJ- I cambiamenti più grandi sono stati interni ai personaggi. Li abbiamo sfaccettati di più, per esempio la cicatrice, che ci serviva metaforicamente. Noi avevamo bisogno di approfondire i personaggi.

VJ- Hai feticci culturali?
RJ- Ogni volta diversi. Ogni storia è diversa e così i “fari” sono diversi tra loro. Peri i Primi della lista ci siamo rivisti i film di Monicelli e dei fratelli Coen.

VJ- Cosa diresti a un giovane che vuol fare regista?
RJ- Dove sta studiando? Prova al centro sperimentale, ogni volta che puoi, anche si ti buttano fuori! Se non va prova a fare più esperienza possibile sui set, va bene anche girare con gli amici. Le tecnologie ormai permettono grandi cose, e una cosa che io rimpiango è che mi viene voglia di tornare indietro con pochi mezzi e una telecamerina digitale. Dunque, il mio consiglio è di fare tanta pratica.

VJ- Sei socio fondatore del Kino. Una realtà particolare, interessante. C’era bisogno, a Roma, di un progetto simile?
RJ- Secondo me c’era bisogno. E non so se sia esportabile (ma ne stiamo dibattendo! Potrei anche sbagliarmi!) ma sicuramente è una realtà importante e necessaria.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *