Qualcosa di Straordinario

Daniela Liucci 24 febbraio 2012 0 591 viste
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Non sei così facile da odiare come pensavo.

Ovvero quando una battuta riesce a riassumere un film senza troppi giri di parole.
Qualcosa di straordinario, ultima fatica di Ken Kwapis (Quattro amiche e un paio di jeans, La verità è che non gli piaci abbastanza) non è un’opera destinata a salvare le sorti del cinema mondiale, non è l’indie movie deputato a far sospirare gli appassionati del genere né la docufiction decisa a smascherare orride menzogne istituzionali. È, invece, un delizioso dramedy ispirato a una singolare “storia vera” e al libro che la racconta (Freeing The Whales di Tom Rose), una favola che colora di rosa la realtà costringendo anche lo spettatore più scettico a cedere. Nonostante una sceneggiatura densa di cliché, nonostante personaggi unidimensionali e a tratti caricaturali, nonostante l’eccessiva dose di buonismo che non aggiunge insolite chiavi di lettura agli avvenimenti.

Siamo nell’estremo nord dell’Alaska nei pressi dello stretto di Bering, durante le battute finali della Guerra Fredda, e tre balene grigie sono intrappolate tra i terribili ghiacci dell’Artico, senza possibilità di raggiungere il mare aperto. A raccontare, quasi per caso, la loro storia è l’ambizioso, giovane reporter Adam Carlson (John Krasinski), il cui servizio dalla piccola cittadina di Barrow raggiunge l’intera nazione. Coinvolgendo una schiera di interessati personaggi: Rachel Kramer (Drew Barrymore), sua ex fidanzata e attivista di Greenpeace, diverse generazione delle tribù Iñupiat, la reporter d’assalto Jill Jerard (Kristen Bell), un petroliere in cerca di consenso (Ted Danson), un colonnello fin troppo ligio al dovere (Dermot Mulroney), due piccoli “imprenditori dello scongelamento navi”, la Casa Bianca e persino una nave rompighiaccio del nemico-quasi-amico russo.

Tutti diversamente impegnati nella salvezza dei tre cetacei. Se, tuttavia, non bastasse la militanza ambientalista, l’odio mai sfogato per l’amministrazione Reagan, i sorrisi e le lacrime di Drew Barrymore, la nostalgia per il disgelo (quello politico, ça va sans dire), i walkman, le musicassette e l’abbaiare di Axl Rose in Sweet Child of Mine, di sicuro ci saranno altri buoni motivi per trascorrere un pomeriggio in sala.

Qualche esempio? Andiamo con ordine.

Prima di tutto Fred, Wilma e Bamm Bamm, la famiglia di balene grigie che lotta per la sopravvivenza. Saranno anche tre grossi pupazzoni animati, ma in quei musetti escoriati dalla lotta con la Natura Matrigna e nel loro silenzioso movimento sussultorio per recuperare aria da un piccolo buco nel ghiaccio c’è un’umanità e una dignità a cui tempi cinici e rumorosi ci hanno disabituato.
In secondo luogo, la romantica epopea della cittadina ai confini del mondo, persa in paesaggi dominati dal bianco, tanto attaccata alle tradizioni quanto sedotta dai primi sussulti della globalizzazione. Un ristorante messicano al Polo Nord? Perché no.
In terzo luogo Ted Danson e James LeGros, due degli attori più sottovalutati d’America. Il primo non ha certo bisogno di presentazioni, il secondo forse sì. Entrambi in piccoli, ma esilaranti ruoli, per certi versi un omaggio ai personaggi disegnati in più occasioni dai fratelli Coen. Entrambi impegnati anche nella vita reale a lottare per cause ambientali.
In quarto luogo gli amati e odiati anni 80, quasi 90. Un tuffo in un’era perduta ma mai dimenticata, con l’esplosione di abbinamenti azzardati di colori, ciuffi cotonati, smalto bianco perlato, il mito di Rambo e Jane Fonda, il lifestyle à la Dallas e Dinasty, i luoghi comuni, le donne in carriera, il machismo imperante.
E, infine, una sequenza di titoli di coda in cui immagini di repertorio del periodo si sovrappongono a fotogrammi di film, quasi a intonare un coro inneggiante alla felicità per la missione compiuta.
A compensare l’overdose di zuccheri, in fondo, ci pensa la realtà. Appena messo piede fuori dalla sala ci sarà sempre il pazzo che attraversa con il rosso, l’amante dei cani che fa perennemente finta di aver dimenticato a casa guanti e sacchetto, l’indefesso urlatore di improperi, l’automobilista incazzato con il pedone, il bigliettaio abusivo della metropolitana…

 

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